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lunedì, 02 novembre 2009

2 novembre

 E’ di mozzi steli ed una piccola lucerna l’ultimo dono che ti si offre, ma solo la memoria paga un più giusto tributo. Fuori o dentro queste mura, un ricordo inatteso t’offre opportuna dimora.
postato da: narrando alle ore 22:23 | link | commenti (2)
categorie: ricordi
lunedì, 26 ottobre 2009

ricordi elitari

 Sul Corso ricordo la vecchia farmacia, un ombroso cunicolo la cui fondazione avresti detto anteriore al palazzo che l’ospitava; un museo di droghe nella vecchia rastrelliera che tassellava la parete di fondo fra lignei riquadri, ciascuno recante il proprio nome su targhette dorate, e le vecchie assi di quell’alveare mandavano intorno sentore di tempo passato, e di quello ch’era rimasto, impregnato fra l’impiantito e il soffitto, ammuffito nelle ceramiche d’ampi albarelli, sola cromia a sfidare la penombra. Riscopro questo ricordo come in autunno si trova il danaro lasciato nelle tasche del paltò, ma spendere questo è più complicato, ora che la vecchia bottega è sparita da tanto, che più non so indovinarne la dimora fra quelle nuove che si sono accampate. Cerco allora i miei capisaldi, ma anch’essi ne hanno seguito la sorte. Le insegne dell’infanzia si sono perse in qualche vecchia madia a raccogliere la polvere del soffitto, gli fanno compagnia i giochi ed un bel po’ di sogni, lugubre comitiva della quale non conviene spezzare il letargo. Ora gl’anni sono ancora lungi dal richiamare indietro lo sguardo, ch’è volto alle speranze (sorelle del domani), ma questo mio paesaggio d’infanzia resta precluso a quanto vennero dopo, narrarlo non serve, il lettore ordisce errate scenografie, solo chi ne fu testimone conserva per sé fedele ritratto. Così dunque funziona: il tempo si dichiara in ricordi elitari.
postato da: narrando alle ore 21:31 | link | commenti (6)
categorie: ricordi
lunedì, 28 settembre 2009

ieri, oggi e domani

 La sera si faceva piano intorno, come un velo ad escludere il mondo, ed oltre il tuo sguardo  (finisterre dei miei occhi) il buio celava inutili scene di frettolosi passaggi, offrendoci quella solitudine fittizia ch’è indifferenza d’altri. Per gioco ti piacque disporre i nostri trascorsi secondo l’ordine dei giorni, abbicando date ed eventi come s’appaiano le calze, prammatica faccenda che spesso testimonia cura d’affetti, allo stesso modo donavi quella breve cronologia d’incontri come un vademecum al tuo cuore ed offerta di memoria, che entrambi apprestano simultanea dimora al principio d’un bene, ed, improvvisa come un’epifania, mi sorprese coscienza che già per noi una ricorrenza si compiva, che l’insperato incipit stendeva un lembo di trama, ed assieme si poteva spartire un po’ di passato, tempo che aveva peso per te che ne portavi leggero fardello, mentr’io quel poco in più volentieri l’avrei lasciato in pegno al Monte, ma questo nuovo, che aveva il tuo volto, m’incantava più del futuro che si disegna quando solo i sogni dettano il canovaccio, perché questo aveva in te sostanza e presagio, e nei tuoi occhi cercavo di noi come in un cristallo di negromante; ma allora mancai gl’auspici, e non seppi che già mi facevo ricordo ed appartenevo ad un tempo che non era quello a venire.
postato da: narrando alle ore 19:10 | link | commenti (5)
categorie: amore, ricordi
lunedì, 06 aprile 2009

Laviano 1981

 Per le storie che taluni ne recavano da raggelati ritorni, come dalle sponde dello stige, di più per ciò che si taceva, volgendo a noi lo sguardo ed invocando per l’infanzia asilo d’ogni mestizia; per questo scomposto mosaico, quel paese aveva meritato un posto tra i fantasmi della mia infanzia, spartendo la poca memoria con quanti vidi fuggire dietro un grido che non capivo, e che la buona sorte lasciò privo di conseguenze; ma dopo qualche tempo fu il caso a condurmi all’origine del mistero, e quell’incosciente paura ebbe un volto livido, appena svoltato l’angolo sulla piazza, che un tremito aveva ampliato oltre i vecchi confini, fin dov’era sedime d’altre mura non più ritte. Di fronte si parava un edificio, sfettato come una casa di bambole, offriva all’aria le monche stanze ancora ingombre di masserizie, e le armature, tranciate allo stremo dello sforzo, s’arricciavano alle travi come i nastri che si fanno addobbi, e tutto quanto è celato e ignoto tra le nostre mura, lì guadagnava una spettrale ribalta, e mi tornavano alla mente le carcasse dei cani sventrati in mezzo alle strade, ed un orrore di violata intimità consegnava quel luogo ai miei ricordi, che si ridestano oggi, ed empatia rinnova lo stesso brivido e stringe alla gola.
 
Oggi era previsto l’appuntamento con l’esperimentino mensile di scrittura collettiva, ma credo si possa assieme rivangare qualche ricordo nel quale ritrovarsi uniti (oggi come allora), da Belluno a Caltanissetta, nell’italico spirito fraterno.
postato da: narrando alle ore 21:49 | link | commenti (16)
categorie: ricordi
lunedì, 30 marzo 2009

a spasso col nonno

 S’era attesa una giornata di sole, mite di primavera inoltrata, calda e lasca di venti, una mattina di quelle che rinnegano l’inverno trascorso e guardano ai campi e più oltre alle spiagge, e le mura di casa gravano addosso come un manto che raggela. Da tale fardello lo trassi secondo accordi per renderlo alle carezze d’aprile, perché gl’anni, sommandosi al capo degl’uomini, spartiscono i mesi dell’anno secondo convenienza, e taluni li preferiscono e frequentano, mentre rifuggono gl’altri per le cattive maniere che si fanno moleste nei sibili di tramontana come nell’afa d’assolati meriggi, e per tale setaccio si resta impigliati alla cura dei lari, e lungamente reclusi fino a ritrovarsi stranieri per le strade che lentamente c’invecchiano. Restammo un po al terrazzo del caffè, e più d’uno, riconoscendolo, venne a salutarlo, rendendo omaggio alla cortesia di chi, senza vantare grand’imprese, s’era portato onestamente per il lungo cammino d’una vita, senza scalzare nessuno, ma spesso cedendo il passo a chi più arrancava, ed ora se ne stava lieto d’ogni palmo che gli premeva la spalla per richiamarne l’attenzione ed offrirgli un sorriso. Pensò che, dopo essere stato preda di sciocchi malanni, finalmente era lui a far visita al mondo, il quale godeva della stessa buona salute che mostrava ai tempi della sua giovinezza, e sperò che fosse un po contagiosa, ora ch’erano tanto da presso. Invece la sorte per ripicca gli riservò una lunga clausura; ma ogni volta che l’incontravo, stendeva progetti per la prossima uscita, che lui sapeva incerta, ma ad entrambi piaceva credere il contrario.
postato da: narrando alle ore 21:56 | link | commenti (3)
categorie: ricordi
lunedì, 23 febbraio 2009

sincronie

 L’amore è un fortunato accidente, nel quale s’inciampa per liberalità della sorte, e quella tende a serrare bene i lacci della borsa, dispensando più spine che rose, per cui s’intende che il piccolo prodigio merita le cure riservate ai cuccioli, un nido di premure al riparo dagli affanni, e conferme d’affetto che si fa devozione. Taluni però stimano Cupido sia un lesto sensale, a perenne suggello d’ogni buona occasione, e, se per loro la logica ammaestrò i palpiti del cuore, non intendono motivo per il quale altri debbano fare una scelta ineguale, e a contrappeso della stadera pongono affetto ed accese passioni. Per tali ragioni le furono condanna i propri natali, che, incuranti d’ogni convenienza, avevano preceduto di tre anni quelli dell’amato. A lui quell’involontaria premura non pareva un’offesa degna di biasimo, come d’un corridore sleale che avesse anticipato la partenza, ed in fondo lei avrebbe volentieri attardato il passo per consegnargli la staffetta, ma altri protestarono che la norma è saggezza al riparo dalle eccezioni, e s’affrettarono a tirarlo per la manica lontano dall’incauta scelta. I “buoni consigli” ne avrebbero mutato la traiettoria come i nostri sospiri allineano stelle propizie ad uso dei sogni, ma la guerra ebbe più strenue ragioni nel destinarlo ad infinite distanze mai più ricolmate, così lei restò a fissare il proprio cuore, dove s’era formato come un incavo, a perfetto incastro dell’altro, e le parve arduo trovare altrove una pari simmetria, perciò restò in solitudine a sgranare i lunghi anni della sua vita, come un monotono rosario di giorni, e solo quando arrivò all’ultimo “amen”, i familiari scoprirono con sorpresa che i suoi compleanni avevano sempre taciuto un triennio, tardivo, ingenuo rimedio alle passate sventure; ma a quel punto il tempo era affare di chi restava.
postato da: narrando alle ore 21:55 | link | commenti (15)
categorie: amore, ricordi, le donne
lunedì, 02 febbraio 2009

la ninfa (2)

MaraGi propone un seguito del precedente post, che pubblico volentieri, ed accludo un ulteriore prosieguo.
A chi volesse, libertà di immaginare ulteriori sviluppi, e di aggiungere nuove voci d’altri personaggi, ogni contributo troverà pari ospitalità…
 
“Era leggero il passo sotto le mie scarpe, verdi d’estate, tra la terra arsa e il giardino in rugiada, pronto a richiedere acqua alle mie mani.
Nascondevo alle foglie il mio stupore quando una spina in rosso somigliava al mio giovane amore che passava, giù nel vialetto che al fiume trasportava.
Bruno, io lo vedevo, mani forti, gambe potenti usate nella corsa, mentre scendeva lento ad osservare quella mia foglia in volo al fiume, verso il mare.
Lui fermava lo sguardo alla mia siepe e non ardiva cercare nei miei occhi quello che non temeva e non voleva. Era di un'altra, in sagoma, il suo corpo e mi sedevo allora, a cercar conforto nei sogni di ragazza mai violata, bianchi come la neve ormai caduta.
Vedevo nel tuo sguardo controllarmi, sapevo dello scatto pronto all’uso se mai fossero state mani nelle mani. Ora è già inverno e vedo il mio giardino scaldare l’altra al fuoco di un camino che mi aveva bruciato nella attesa.
Il tuo seguirmi il passo, rasserena.”
(MaraGi)
 
... Un amore mancato, come un bimbo che si trastulla al suo gioco, e nei sogni per ogni ninnolo inventa un nome e gl'appresta nuove avventure, così l'innamorato s'immagina le risposte a taciute domande, e quelle confidenze, cui mai diede principio, rendono lieve tepore alle notti solinghe o si confondono ad altre labbra, labbra devote alle quali si deve pari moneta; ed io pago il mio pegno, e resto a vedetta d'un amore sbiadito, che cerca conferme in gravose promesse; ma il pensiero di te scardina i miei buoni propositi e riconduce i passi a quel sentiero, ed ora un po più lungi, al riparo dai tuoi occhi, che sono approdo cercato, ma per entrambi hanno patito un lungo silenzio, e, se le labbra restarono mute, ora anch'essi vacillano nelle proprie speranze, e temono siano volti in diniego quelli ch'erano un tempo cenni d'assenso...
a voi il seguito...
postato da: narrando alle ore 21:29 | link | commenti (9)
categorie: ricordi, le donne
lunedì, 26 gennaio 2009

la ninfa

 Stagione d’albe tardive, assonnate fra le brume d’eterni scrosci, e torbida foschia che la notte trascina al suo commiato, stamane ha velato di nembi il picco del colle, e lacrima una pioggia fine, rada nelle veloci traiettorie, che in controluce traversano l’orizzonte e s’annunciano alle pozze sulla strada. Per contrasto e per dispetto s’avanza il ricordo dei pomeriggi d’estate, che t’impegnavano alla cura del giardino, e t’arrossavano le gote come gl’amori novizi, che sussultano al trovarsi delle mani. Al ritorno petali tra le chiome, e uno sbuffo di terra ombreggia le tempie, accaldata e scomposta, sei una driade che si trae alla sua scorza, e t’imperla la fronte sensuale rugiada e maliziosi pensieri, che socchiudono sguardi d’intesa, ed un sorriso attenta il precario equilibrio dei sensi. Beltà in te si veste d’edera e di fieno, del bruno riflesso dei tuoi occhi d’ambra, che ignorano il belletto, e s’offrono languidi alle carezze del meriggio, e se mi torni alla memoria in questi livori d’inverno, è perché sei come l’iride, che ora si diparte dai coppi sconnessi del vecchio borgo e ritaglia un’ostinata striscia di colore nel grigio dei nembi, parimenti il tuo ricordo scansa le ugge del mio malumore, e il cuore di nuovo rasserena.
postato da: narrando alle ore 21:54 | link | commenti (5)
categorie: ricordi, le donne
lunedì, 12 gennaio 2009

chicco e i fiocchi

 La neve ha pochi doni per noi, più spesso accade che diverse primavere ne separino la venuta, ma quel mattino il suo manto s’impigliò nelle fredde correnti che da nord avevano portato merletti di brina fra gli sterpi del roseto, e vi cadde in un velo lieve, più ostinato dei primi tepori del giorno, ed il giardino prese nuove forme sotto il candore dei fiocchi. Se ne accorse il cane, che punteggiò la coltre di piccole orme, incredulo della scia che ne seguiva il cammino, e ovunque affondava il muso, come scoprendo un nuovo dominio alle sue avventure, e stagliava il fulvo pelo in quel candore, quando i pampini piegarono gli steli sotto il gelido fardello, facendone dono inatteso al mio piccolo amico, che scrollò il capo bagnato, e corse al riparo delle braci, nell’attesa che l’importuno ospite togliesse le tende.
postato da: narrando alle ore 22:57 | link | commenti (11)
categorie: ricordi
martedì, 06 gennaio 2009

san silvestro 2008

 Ero un piccolo eschimese dal volto paffuto, che faceva capolino nel tondo del cappuccio d’un giubbetto polare pensato per ben altri climi che non la blanda tramontana che ondeggiava le luminarie di quel lontano natale, e dalle tasche spuntava sempre qualche miccetta pronta a strepitare all’uscita di scuola, o, con maggiore soddisfazione, nelle otri di vetro incautamente lasciate aperte, dalle quali l’eco mandava attorno parvenze di temporale e le urla di mia nonna che presagiva il danno da sanare. A noi piccoli erano riservate queste innocue cineserie, ma ricordo bene gl’oscuri involti che a gran voce salutavano il nuovo anno, talvolta persino privi di miccia, con cupi schianti scuotevano i vetri delle imposte e i nervi dei viandanti, che non lesinavano un compenso d’improperi allo scriteriato artificiere; ma oltre la varietà di questi primitivi ordigni, era nelle “franceselle” che la tradizione racchiudeva lo spirito beffardo di partenope, in una briosa teoria di piccoli scoppi, come una lusinghiera blandizie che preparava i cuori all’inatteso tonfo del finale, un concerto che si perde nel colpo di grancassa. Stasera invece le polveri tacciono, per ragioni che non so dire, e nella piazza, fatta silente dalle mutate abitudini, due innamorati salutano il nuovo anno a colpi di baci.
postato da: narrando alle ore 00:48 | link | commenti (6)
categorie: ricordi

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