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sono un mercante di fole, il vostro sorriso è la mia sola moneta

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lunedì, 09 novembre 2009

il bontempone

 “Nun ten sciort!”1, perché la fortuna, ch’era incolore per i latini, qui nasce rosa, a compenso d’un intorno che s’offre a fatica e chiede il favore degli eventi perché la faccenda abbia gioco, mentre lui, che da sempre imbastiva dovizia d’imprese, l’accoglieva una sorte dispettosa che puntualmente lo rispediva al capolinea, e n’avrebbe fatto un cruccio duro a passare, se avesse provato un bilancio, ma quello ne usciva ogni volta più leggero, come chi, partendo con poco bagaglio, l’offre in dono prima del ritorno; allo steso modo, per ogni sogno mancato, cadeva una zavorra di timori e si faceva ragione che, ruzzolando su accidentati precipizi, sono le aspettative a farci gravi e accrescere il danno. Per questa levità di cuore gli sortiva un fare da guitto che tutto volgeva al sorriso, ed offriva a sé, prima che agl’altri, la lima dello scherno che smussa picchi d’orgoglio ed infine c’affratella. Quella mattina l’alba faticava a scrollarsi di dosso le prime foschie, e trovava un grigio riflesso nei volti assonnati che di malavoglia s’affacciavano al giorno, allora, atteso che l’apprendista gli porgesse il caffè, si rivolse a lui con voce querula, come certe donne il cui universo pare implodere ad ogni minuzia, e gli chiese “Scusa, si potrebbe avere una tazzina col manico a destra?”, e mentre quello s’affaccendava a cercare d’intorno, molti trovavano un principio di buonumore a capo d’un lungo giorno.
 
1 non ha fortuna
postato da: narrando alle ore 21:02 | link | commenti (2)
categorie: racconti
lunedì, 12 ottobre 2009

otium litterarium

 Prendeva commiato assieme al mattino, quando il meriggio si destava nell’acceso giorno; fino ad allora era fra gli scaffali della biblioteca, nervosamente cercando, sfogliando pagine come dovesse venirne fuori la mappa per Eldorado, come v’avesse lasciato un documento e, perso memoria, gli fosse premura ritrovarlo, e in quel peregrinare l’accompagnava un mugolio, un continuo discorrere a labbra serrate, tanto che ne venne leggenda di vecchie formule d’alchimia rimestate in cerca della pietra filosofale, come un solitario Raimondo di Sangro cui unico feudo era quel banco di lettura che nessuno gli contendeva, lasciandogli per compagni i suoi triti pensieri. Conobbi quel luogo a periodi alterni, soverchiando le assenze sulle rade soste, ma nel tempo lo seppi presente più che gl’arredi, che pure talvolta mutavano e sparivano verso altri ripari, lui restando nella sua rocca solinga. Ma nel silenzio irreale d’un pomeriggio diserto, in una quieta fatta per il sonno e l’amore, taluni cedendo a quell’invito, sonnolenti tesisti di buon’ora chini sulle carte i primi, gl’altri matricole innamorate sussurranti tenerezze col brusio serrato cui le vecchie affidano il rosario, ed a tratti schiocchi di baci ed improvvisi allontanamenti; nel mezzo di quella quiete, come sospesa e precaria sull’orlo d’uno schianto, ci scosse la sua voce, nuova e inattesa, che riversava intorno un vano turpiloquio. Sapemmo allora che tutte quelle parole, avidamente trangugiate, l’avevano avvelenato dentro come un latte avariato.
postato da: narrando alle ore 20:48 | link | commenti (6)
categorie: racconti
lunedì, 31 agosto 2009

libero mercato

 La gonna un po’ stretta al ginocchio impone passi brevi alla lunga forbice delle sue gambe snelle, mentre attraversa la piazza nelle ore assonnate del primo meriggio. Il volto affilato e bruno l’eguaglia ad una madonna andalusa, di più adesso che l’abito scuro la fascia alla maniera d’antiche figure che velano il capo di trine all’inizio del sagrato, anch’ella recando la sua prece ad un nume terreno, che più non le accorda grazie per via d’un qualche torto il cui peso dipende dalla stima d’un innamorato, equazione mutevole che sovverte i coefficienti secondo la giornata. Su tale incoerenza fonda le sue speranze, perché l’amore non ha sede tra i pensieri, che sarebbe facile opporne di più ragionevoli e confutarne la tesi, liberandosi così dal sortilegio. Piuttosto s’annida fra lo stomaco e il cuore, con presa tenace, che a strapparlo via si rischia la sorte delle api, alle quali l’altrui offesa costa il pungiglione; allo stesso modo spesso all’altro si concede indulgenza perché s’allevi per noi il danno, e sui piatti della bilancia le sorti si mischiano in un’unica pena. A trovarsela dinanzi, con gl’occhi marcati di scuro, un po’ languidi nell’attesa dell’assoluzione, lo coglie desiderio di quelle licenze che una donna concede all’amato e prescrive al mondo, labbra che si schiudono al riparo d’un intimo convegno, muti, complici assensi. Infine però quello stato d’incertezza che la tormenta e la tiene in bilico, appesa ai fili delle sue decisioni, lusinga la vanità rafforzandone i propositi, per bere fino in fondo quel vino speziato. Così ancora le volge le spalle, affilando scabre parole, quando sente la porta richiudersi piano. Lei serra un po’ lo scollo della veste, prima di prendere a ritroso la sua via crucis, poi con uno sguardo di rassegnata delusione, come facendosi ragione d’una sorte che da lei più non dipende, sussurra all’altro ormai lontano: uè, ma tu a quant ò vinn?
postato da: narrando alle ore 22:11 | link | commenti (2)
categorie: amore, racconti, gli addii
lunedì, 25 maggio 2009

travaglio

 Il sole di maggio ha la tenacia dei bimbi, e dopo avere scalpitato per tutto il meriggio arroventando l’aria, all’affacciarsi della sera, già si fiacca in blandi tepori, e cala un roseo sipario sul giorno che appresta il ritorno per ciascuno al proprio occidente. Accoglie quel tramonto il piccolo chiosco che fronteggia lo svincolo, un precario riparo che risolve la vita d’un uomo garbato, aduso al mutare delle stagioni che gli versano addosso gelidi scrosci d’inverno come la canicola d’agosto, ma quello se ne cura quanto farebbe un larice o un pino, che all’occorrenza dei venti china il capo e poi lo tende al sole che ne indora le chiome, né si preoccupa di mutare livrea al mietersi d’altrui foglie quando l’aria s’infredda, e parimenti s’arride di fronde civettuole che a primavera si vestono di petali nuovi. Come un albero, l’uomo ha piantato piano le proprie radici contro il capriccio della sorte e dei simili, ed ora appresta un opportuno ricetto alle sue mercanzie, volgendo altrove il pensiero: al riparo che l’attende fra le mura di casa, e ogni gesto si compie da sé, lasciandogli l’agio di consumare anzitempo il ritorno; ma in quella quiete un ragazzo sbuca da un’auto in corsa (da un agio d’altrui fattura, dal conforto di lontani affanni), e grida all’uomo un’offesa che si distorce nella corsa del mezzo. Mi scuote quell’urlo, prim’ancora di capirne il senso, nel timore d’un triste annuncio, quali la strada è solita dare, ma mi accorgo invece che l’altro pare non avere sentito e continua l’opera sua, indifferente come cert’alberi lo sono al mutare delle stagioni.
postato da: narrando alle ore 22:00 | link | commenti (8)
categorie: racconti
lunedì, 09 febbraio 2009

la ninfa (3)

 Beh, pare che qualcuno abbia accolto l’invito (a tutti un sincero grazie), per cui riporto i relativi prosieguo, e chiudo con un piccolo aforisma contro reticenti silenzi che ci consegnano alla solitudine, perché la felicità richiede sempre un azzardo:
 
Mancanza di un amore, sua ricerca solinga tra le pieghe dei sogni, celate ai miei bisogni.
Mancanza del mai visto, come onde del mare che arrivando allo scoglio, timorose ristanno.
Così pensavo nelle notti insonni, forte la mano a ghermire i miei sogni.
E negavo beltà al mio vivere il sogno, arrossendo al pensiero di quel verbo mai usato ed al corpo taciuto.
Era così che tendevo la mano annaspando nel buio, ricercando una mano, inventandone il tocco.
Era così che il tuo volto svaniva ed a quello di un altro rilasciava sembianza.
Lui mi voleva, incurante del tutto, infrangendo il suo culto, rinnegando il suo credo.
I mie dinieghi diventarono santi, a loro rivolgevo ogni notte i mie affanni, finchè un meriggio, ricercando riparo, tentai una prece, inchinata su un banco.
Fu sua la mano che cingeva il mio fianco, fu sua la bocca che saggiò le mie labbra.
Fu pioggia santa a pulire il mio corpo, fuggendo dalla sua invadenza in tuo ricordo.
Non dire ora che tu cerchi l’assenso, nella mai bocca è sapore d’assenzio.
Dimmi il tuo tocco, sentirò il rumore, se mai, sia mai, un giorno, io l’udrò alla mia porta
MaraGi 
 
...e la puella con le trecce sciolte, camminava a piedi nudi nei vialetti del giardino di Boboli... e inseguiva tra le immagini il suo tempo passato quando nobildonna era di Casa Medici...
io, nascosto tra rami d'ulivo chiedevo aiuto ad Afrodite e Diana per lanciarle i miei dardi d'amore.
baronerosso1 
 
Solo ieri sera, alzando gli occhi alla luna quasi piena,
ho pensato a te, mio re, immaginandoti
con lo sguardo fiero verso me, verso la stessa luna....
E mi son sentita regina,
oh..no...mai potrei sentirmi a te pari,
ma principessa ..ecco si...principessa !
Principessa dei sogni...
Sono andata al mio mare per ritrovarti, ascoltarti...rivederti...
Ho trovato i miei sogni riflessi in quelle acque,
oh come splendeva quell’argento lunare.....
Mi è sembrato di ascoltare la tua voce
mi è sembrato di vedere il chiarore dei tuoi occhi,
quell’azzurro tanto sognato,
fondersi sol per me
nell’oscurità macchiata dal chiarore lunare.
Mi è sembrato udire una musica carezzevole,
poche note a sottolineare un incontro fugace ma tanto tenero…
Per pochi attimi
(oh…dolci e semplici e interminabili attimi!)
mi è sembrato di sentirti con me
sentirti parlare alle mie orecchie
come il vento parla alle foglie,
la tua voce come strumento invisibile
per una piccola gioia, gioia infinita….
Per pochi attimi
(oh se fossero durati eterni !)
ho sentito le tue mani sul mio collo
due dita a carezzare vene pulsanti d’amore per te…
Mi sono seduta sulla riva per non cadere,
ho temuto che il desiderio di te
(inebriante)
mi facesse perdere ogni controllo.
Ho temuto di svenire, perdere completamente
la forza di mantenermi ritta,
ho temuto che il tuo entrarmi dentro fosse visibile agli altri,
ho temuto di non saper nascondere come si sente il mio corpo
quando tu dilaghi in me.
E poi….
e poi nell’abbraccio del cielo stellato
(stelle…sorelle amorose e complici…)
ti ho desiderato,
voluto ed amato,
con tenerezza quanto ardore,
con gioia e dolore,
dolore di perderti,
dolore di…
veder svanire un sogno….
Ma la mia gioia non finirà..
io lo so.
Perché mai finirà la brama che ho di te,
quest’amore sarà sì davvero per sempre
io lo so.
Non può finire l’amore perfetto,
perché il mio per te
è
un amore perfetto
Mi specchio ancora in queste acque e mi vedo…
vedo la mia figura dalle curve morbide
(che tanto desideri…)
Vedo i miei capelli sciolti per solleticare le tue labbra…
Vedo le mie gambe
che carezzi solo sfiorandole.
Vedo i miei occhi che parlano troppo….
(così mi fu detto un dì…)
Acque magiche….
Vedo tutto….
tutto quello che non c’è più !
(c’è mai stato…?)
Vedo la mia anima
per sempre prigioniera di te.
Ti saluto qui
mio mare,
acque calme e silenziose
per un amore che vorrebbe gridare
ma che ha perso la voce per sempre il giorno in cui il sogno svanì.
Tutti i sogni svaniscono all’alba…
Ma per ritrovarti,
anche se in sogno,
tornerò ancora qui a specchiarmi,
mio mare,
per ritrovare il mio re,
per sentirmi ancora
principessa dei sogni!
gillian56 
 
“Come i baci, le parole hanno giusta dimora sulle labbra.”
postato da: narrando alle ore 22:43 | link | commenti (7)
categorie: amore, racconti, amici, aforismi
lunedì, 19 gennaio 2009

bucolica

 Nel confine d’antiche mura le case s’assiepano compatte lungo i vicoli, offrendo piccole logge e finestre ingombre di gerani, e le bouganville scavalcano il recinto dei giardini per piovere in accesi grappoli di petali indolenti; un posto fatto di legno e pietra, non un prodigio ignaro del tempo, ma una cura più accorta che al tempo rimedia con quotidiane premure, e quel ch’è di tutti è da tutti stimato non meno che le proprie sostanze. In quel piccolo borgo, nelle mattine di domenica, il lastricato della piazza principia il suo calpestio con i passi della signora Iole, che, avvolta nello scialle come un brigante, compie una visita furtiva alla beccheria, dove acquista una mezza dozzina d’uova, e le ripone sul seno, alla maniera che una volta si covavano gli zecchini, e col suo curioso segreto imbocca a ritroso la via che porta in paese, dove i platani montano un eterno picchetto a guardia dell’ombra che custodisce il gelo nei fossi, e secondo le stagioni, tengono a bada i venti di tramontana, e il sole del meriggio, perché sia più lieve il viaggio di chi l’attraversa. A quelli che vengono dalla città in cerca d’agresti piaceri, e fermano l’anziana donna per chiederle lumi sulla raggiunta meta, lei offre la fortuna d’acquistare uova ancora calde di chioccia.
postato da: narrando alle ore 22:17 | link | commenti (10)
categorie: racconti
lunedì, 17 novembre 2008

Rien ne va plus

 Allignano alcuni nella penombra sonnolenta dei piccoli caffè, deserti a mezza mattina, quando ciascuno provvede al suo travaglio, e a tratti s’affacciano all’uscio, come i guanciali messi all’aria dopo lungo deposito, con i volti incupiti dal fumo e le mani annodate dalla briscola, leste nelle movenze del gioco, che riempie il silenzio di vuote giornate. In un angolo qualcuno china il capo accanto ad una bottiglia vuota, per lui giunge notte ad ore impreviste. Per quanto lontano t’abbiano condotto i tuoi passi, è da questo grigio limbo ch’escono le più fantastiche storie, la realtà si veste di millanteria e ridisegna le proprie imprese in toni di leggenda. Io v’entrai dal basso d’un paio di braghette corte, una prospettiva favorevole ad ingigantire le cose, e gl’ammiccamenti di quei discorsi da trivio erano un torbido mistero che pungolava la curiosità, e mi trattenne quella sera allo spettacolo d’un tale che lasciava le proprie speranze in un paio di chiavi che soffocavano la loro corsa in un tonfo sul panno verde, mentre usciva con un sorriso malsicuro, a sguardo vago, come in dormiveglia, ed incrociandomi, con un buffetto sulla nuca, mi richiamò lontano da quei luoghi.
postato da: narrando alle ore 22:09 | link | commenti (15)
categorie: racconti
lunedì, 05 maggio 2008

vecchi fasti

 Uscimmo dall’inverno come da una lunga pioggia, quando un sole improvviso fuga le nuvole a raggiera e stende un colorato arco a ricucire l’orizzonte. Così un mattino d’aprile schiarì d’azzurro il cielo e scrollò dalle spalle qualche paltò, e tutti fummo per strada col capo all’aria e gli occhi stretti di chi si riconcilia bruscamente alla luce. I platani sul corso, che indugiano al sonno ben oltre la sveglia, non erano stati avvertiti, e li trovammo ancora nudi del loro fogliame, buffamente intirizziti tra gli spogli rami. Tra le vetrine, che si diradano lontano dal centro, s’apre quella d’una vecchia officina, custode d’una maestria perduta nel succedersi delle tecniche, schiera minuti attrezzi sospesi alle pareti, come le milizie di latta sugli scaffali d’una lontana infanzia, anacronia d’una passione che non muta e s’impunta contro il tempo. Sull’uscio assolato una sedia, che l’uomo inforca al contrario, le braccia conserte sulla spalliera, il capo sonnecchiante sulle braccia, e sul capo sogni e ricordi s’arricciano al sole, e dal sonno lo scuote una voce nota che s’affanna alle proprie premure. “Beato te, che non hai pensieri!”, lui per un attimo sbircia il mondo indolente in cerca dell’avventore e biascica “E’ spensierati ce pensa Dio!”, rimugina tra se qualche improperio, e si riconsegna a Morfeo nel quieto lindore della piccola officina vuota.
postato da: narrando alle ore 20:53 | link | commenti (9)
categorie: racconti
lunedì, 22 ottobre 2007

cloppete

 D’intorno le cime vezzose hanno incipriato i picchi e sul capo gli grava un manto scuro di nubi che invogliano a domestiche pigrizie. Scrosci notturni consegnano all’alba un paesaggio umido, come di metallo, che riluce per inatteso chiarore, e presto incupisce in nebbiose opacità. Sotto cieli tersi lo sguardo impigrisce nel giro lento delle ombre che tracciano la propria meridiana, il sole smette piano l’ambra del mattino verso crescente candore, e l’unico imprevisto è quel manto di porpora ch’a sera prepara notturne seduzioni. Ma, nell’intemperie è azzardo e imprevisto, improvviso sabotaggio della realtà cotidiana, che muta volto, si scuote e s’imbianca, o dilava, ed è un mondo nuovo, ogni volta ignoto. Così gli pare, e all’ombra di nembi scroscianti gli piace andarsene cheto tra le corse di quelli che chinano il capo sotto improvvisati parapioggia e fuggono ciechi verso immediati ripari; fra quelle indispettite meteore grondanti improperi, nello scorrere svelto dei rivoli che gonfiano rivi al margine della strada; in quella premura indugia il suo passo, e cerca il prodigio nei fiotti che vincono il tombino e, zampillando, impongono definitiva disfatta all’ordine consueto; e governa equorea anarchia. Il maltempo pare rubare il mondo agli uomini e consegnarlo alla sua spavalda solitudine, “il maltempo” pensava “un arbitrio semantico”, ché per lui è tempo buono di silenzi e vagabondaggi, e l’armonico scuotersi del tergicristalli è un gioco da mesmeristi che l’incanta ad un verde che gocciola sbiadito dal semaforo, ed è lo strepitio del clacson a rapirlo a tali pensieri…
.
per il seguito passo il testimone ad orangUTAN:
"solo
per strade note e ignote
‘che tutte sempre portano chissà
quali sorprese e quali luoghi
e incontri….
solo coi suoi fantasmi
quei colori scanditi
stridii della memoria
piccole note suonate al pianoforte
indici alla tastiera
ritorni dell’infanzia
affastellate notti
sovrapposte preghiere
sempre uguali
a piè del letto
giunte le meni e le intenzioni..
tutto ritorna
in un andare lento
dove il pesaggio s’intrommette
e concorda.
lui si sente vicino
e comincia a parlarsi.
a voce cheta udibile e sommessa
si racconta il racconto.
il maltempo gli è complice
nessuno sentirà.
dorme ancora il canaio.
ombre distanti
quelle poche presenze
estranee e frettolose.
Solo quel clacson..d’improvviso
un rapire il pensiero
uno sconvolger d’espressione
e quel volto, tutta quella dolcezza
oh! non può essere…
eppure le assomiglia!
le stesse sopracciglia circonflesse
quella bocca diversa, corrucciata
che apre un sorriso di resa
a smascherare l’intenzione
e quegli occhi, che cambiano colore
con la luce, il mare che vi muove..
no. le assomiglia soltanto,
il viso è stanco
e ha perso quel turgore
è segnato dal tempo, ed i capelli
gli paiono appannati,
o forse è solo il vetro…
(ti prego fa che non sia lei
non potrei sopportarlo
non ora
non ancora ne mai…)
-oh! ma sei tu! quanto tempo è passato…
e, come stai?-
e di colpo tutto intorno s’arretra
il mondo retroverte, e il volto prende luce
e sfocano in tenerezza
tutti quei segni del dolore
della disillusione, dello sforzo.
solo la luce resta e nella luce
il difficile dire le parole.."
.
Per tre anni ha disatteso gli appuntamenti offerti dalle circostanze, ed ora lo sorprende sentire la voce di lei che lo richiama dal fitto dei pensieri, e rischiara tra la bruma d’un luogo che non gli appartiene. Un incontro del tutto casuale, perché il destino è il calcolo errato delle probabilità. Eccola in un nugolo d’amici comuni, ma è passato troppo tempo, ed è arduo dire quanto resti dei rapporti d’allora. I ricordi chiamati a gran voce, raccontati con l’enfasi delle rimpatriate, testimoniano lo strappo d’una negletta amicizia, e resta una confidenza forzata e l’imbarazzo del presente. Si risparmiano le cronache di questo tempo d’esilio, ché gioie e dolori, tutto quanto è stato dopo, segnano maggiore distanza, e tra loro c’è un rammendo rabberciato, ed ogni parola ne scuote la trama, e di sotto già intravedi passati dolori e dolenti solitudini. La guarda e pensa a com’è cambiata, non meno bella, no davvero, però diversa; i capelli corti ed un abbigliamento più austero dichiarano un tempo ed una saggezza che lui non le riconosce, il suo canto è lieve come allora, ed è questa una fortuna che lei ignora, e che un po’ lo commuove. “Non te ne voglio per aver spartito altra sorte che non la mia, né fu cattivo azzardo se il guanciale di fianco all’alba ostenta una sagoma intatta. Ero uno come tanti, che offriva facezie al tuo sorriso e teneva per se qualche trita malinconia. Ora m’è cara la pioggia, che bagna il volto, e, se l’iride minaccia un imminente naufragio, tu non sai dirlo, e a me resta il conforto di credere che la nostalgia dei giorni buoni sia un pensiero che addolora entrambi”.
.
dulcis in fundo
.
al di sopra del suono di parole
c’è quello sguardo cieco, reciproco
immerso nel ricordo,
verde mare d’incontro..
d’improvviso il pensiero comune come un lampo:
sole, e il piancito di legno di torre saracena
il caldo o il freddo delle mani impazienti
quel silenzio sommerso ove l’intorno e il corpo
tutto parla tranne che la parola..
“ora abbiamo una bimba”..
..“abbiamo” ha detto.
perché la bimba è nostra, come tutto lo è stato, tuo o mio fosse,
te ne vivo la gioia, la tenerezza,
il non essere insieme è un accidente
non cambia la sostanza,
per quelle solitudini di scelta
siam sempre stati , sempre saremo insieme.
“ dove abiti adesso”?
e mentre parla , il pensiero vien svélto
figlio del verbo svèllere
attraccato a quel nulla
che l’annulla. l’occhio rivede allora
quella luce d’ottobre senza fondo
il fresco di quell’acqua condivisa
ed il gioco dell’abbraccio sospeso
in un mare di indaco e di luce.
“sono con te in un tempo
in cui ormai non sei più…” vorrebbe dirle,
ma che per lui è presente.
“se avrai bisogno chiamami, verrò
per aiutarti ad essere tutto quello che sei”
(un brivido: mantenere questo silenzio vivo
d’occhi e respiro, o mutarlo in parole?)
“io t’ho sempre guardata
poggiato al parapetto della vita,
e ti sarò fedele più di quanto lo sia
verso me stesso, non potrei raccontarmi
a nessun’altra.
resti
in quel punto di me
vuoto e centrale
che ti appartiene.
e quando sarai triste oppure lieta
sappi che piangerò con le tue lacrime
o riderò con la tua cara voce”.
Ed è come li trascinasse
per direzioni divergenti
una forza suprema,
come due viaggiatori in treni opposti
che si guardano persi nell’incontro
( e ti farò l’amore, in me , nel sonno..
e godrò ogni tramonto per entrambe..
io conosco i tuoi rivoli profondi
e la chiara sorgente che li nutre)
“ma piove forte , entra, ti prego!”
“non posso devo andare”
“resta!”
“non serve, siamo e restiamo insieme”.
ed il pensiero vola
a tutte le poesie che non le lesse
a quel neo che ritrova in ogni viso
alle mille parole che suonano il suo nome
ogni giorno da allora.
tra il lampo e il tuono
l’attimo del ricordo
è solido vissuto.
e mentre s’allontana
indietreggiando piano
e lungo i solchi del suo viso bagnato
scorrono i desideri verso la nostalgia,
a voce bassa dice
“resteremo
una zolla di terra, fertile.
la nostra storia
come leggere una poesia d’amore
altrui
bella.”
postato da: narrando alle ore 22:19 | link | commenti (22)
categorie: racconti, la pioggia
lunedì, 14 maggio 2007

Indugi

 Giovinezza non abbandona il suo presidio con suoni di buccina e strepitare di proclami, ma invia messi discreti a vagheggiare l’approssimarsi dell’autunno, Fra le schiere del crine qualcuno indossa candida veste, altri disertano lasciando il campo sguarnito, e le emozioni sul volto indugiano più che prima in pieghe ostinate. Da tali segni s’accorse che per lui l’astro volgeva al mezzogiorno, e quell’unico guanciale sul talamo lo rassegnò ad una vita di celibato, che certe cose, pensò, si compiono nel tempo a loro assegnato, e si fece aduso alla solitudine come s’accetta la sventura, facendo della rassegnazione un balsamo al dolore.
Per i viottoli che portavano al campo il glicine incorniciava il portale d’una piccola casa che schiudeva appena le imposte al suo passaggio d’una misura tanto lieve che solo il cigolio dei cardini svelava quegli innocui appostamenti, ed un giorno che l’uscio era aperto, s’avanzò fino al giardino che verdeggiava di quei fiori che la campagna disdegna come inutile ornamento che non sfama. Lei sedeva quasi nascosta fra i candidi baveri delle calle, che sempre danno ricetto a qualche insetto operoso. Il sole a stento vinceva la cupola verde delle fronde, eppure qualche raggio indovinava il cammino e le ricadeva fra le chiome dorate, rifrangeva sul volto e nell’iride chiara. Non le mancava beltà, ma, fragile come gli steli dei soffioni, fra quelle mura s’era tenuta al riparo dai venti. Non indugerò in romanticherie, dirò solo che infine s’erano decise le nozze, e per festeggiarla degnamente riservo due posti fra quelle arcate d’oro trapunte di rossi velluti dove avrebbero risuonato con voce più lene le arie che un roco grammofono le gracchiava da anni. Le lucerne s’erano appena chetate, che lui se la vide scivolare fra le braccia, come un burattino al quale vengano allentati i fili. Attese incredulo la sentenza, e poi disse con tono fermo “Io nun me nzorerò mai chiù”1 e riprese il suo triste cammino appena oltre il portale del glicine.
 
1 Io non mi sposerò mai più
postato da: narrando alle ore 21:49 | link | commenti (14)
categorie: amore, racconti, ricordi

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