Napoli accoltella o affratella, in entrambi i casi prende alle viscere, e lì s’annida nei figli suoi, ed imprime un marchio che di continuo riaffiora, nel vociare di Piazza mercato, come alle più opposte latitudini, in quella lingua ch’è canto di posteggia e minacce di guappo, e conserva un presidio anche fra i lumi dell’ateneo. Così il professore, ch’era oriundo ad un passo da casa, ammaestrava la sua voce roca come un ringhio bonario, nettandola dai patri accenti come s’allinda un bimbo per la messa della domenica, ma quella di continuo ruzzolava nell’amato idioma, che in poche sillabe racchiude interi discorsi, ed anche quando, alla fine d’esami pietosi, in ogni modo rabberciati e ricomposti per quella benevolenza che ci riconosce esposti tutti agli stessi capricci della sorte, quando proprio mancavano appigli ai quali ancorare un diciotto, lui, ch’io seppi sempre privo di prole, sortiva con un afflitto “Bell’a papà, nun ce stann santi à appenne”1, e l’altro stemperava un po d’amaro nella sorpresa per un giudizio tanto singolare. Altri ho poi visto, con più corretta dizione, declinare la loro poca umanità in freddo rigore di modi.
1) Bello di papà, non ci sono santi ai quali appellarsi
Con questo post inizio la serie narrandinsieme, ogni primo lunedì del mese dei piccoli incipit ai quali l’avventore è invitato a dare seguito in un simpatico gioco di scrittura collettiva
VENGHINO SIGNORI, VENGHINO :)