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martedì, 15 settembre 2009

la rosa

 Afrodite di petali leggeri, dolce promessa di primavera che non conobbe estate, sul tuo sogno mancato stillo un’ultima lacrima, e un’altra soltanto, acre rugiada d’un lacero cuore. Ora la sorte ti nega al mio sguardo, il tempo le si accorda e sbiadisce un ricordo, ma cerca minuti appigli la speranza, e un piccolo compenso m’avanza ancora, un crepuscolare vezzo, un segno di tardiva fanciullezza: ho offerto dimora alla rosa che mi desti, un vecchio coccio, un palmo di terriccio, e un lembo di verde piano riconquista le foglie; ancora lunge l’anno venturo, ma, sempre che Demetra voglia, a primavera avremo nuova fioritura. A questo tenace ricordo ho dato il tuo nome, una piccola offerta con la quale tengo fede al patto.
postato da: narrando alle ore 11:26 | link | commenti (7)
categorie: amore, le donne, gli addii
lunedì, 29 giugno 2009

favola

 Il tavolo della toletta reca i segni d’un lungo rimestio, e la stanza ha trovato nuova tappezzeria nelle vesti scartate e lasciate all’aria come spoglie dopo la battaglia, ma uno sguardo insoddisfatto indugia allo specchio, sull’orlo d’una drastica risoluzione che disfi l’opera a lungo patita, ed è solo il richiamo delle contingenze a risolvere la decisione. A volte penso che non fummo noi a precederle, sacrificando una costola per la loro compagnia; forse ad esse appartenne il principio, ed erano in sé perfette e compiute, ignare dei cattivi giochi di Marte, e senza cagione che dettasse gelosia. Pure andavano meste, come se la terra esalasse zolfo, ed ogni rivo stillasse acqua di stige, e rifuggivano le fonti perché il riflesso che tremava sulle acque pareva una perfida caricatura, che le ninfee schernivano con i loro candidi petali, e le farfalle si facevano più lievi per contrasto alla gravità dell’umano passo, e da ogni anfratto l’Eden pareva fiorire un impari confronto. Allora il divino artefice, commosso che tanta grazia inducesse al pianto la sua massima opera, offrì loro negli occhi degli uomini un giusto specchio, disattento ai minuti inciampi d’una natura distratta, ma capace di cogliere la grazia, che per loro viene ad un ruvido cuore.
postato da: narrando alle ore 21:14 | link | commenti (7)
categorie: le donne
lunedì, 18 maggio 2009

trapezio

 Con levità accade che la sera si spogli del manto greve dei rigori di brumaio, e s’indugi per le vie e le piazze senza necessaria ragione, attardandosi dove un brivido sconsigliava la sosta, accogliendo quest’aria cheta che più non arrossa le gote, ma scopre spalle e riempie panchine di capannelli festosi. Con sorpresa accade che la malia s’avvolga attorno ad aerei sostegni che accolgono giochi di trapezio e ardite figure, e inverte gravità, ciondolando piedi all’aria, con le gonne che le si rimboccano sul capo, come le campanule anzi l’alba gravate dal peso della brina, ed un’improvvisa fioritura la scopre rossa in volto e lieta d’insperati consensi; armeggia allora nella pochette che tiene stretta al polso, e lasciandosi dondolare sulle note del finale, quasi languida nell’ondeggiare indugiante delle funi, n’estrae variopinti petali che lascia cadere su noi, come ultimo omaggio all’incanto che ci tiene, a sguardo fisso, ciascuno cullando un aereo sogno.
postato da: narrando alle ore 22:48 | link | commenti (2)
categorie: le donne
lunedì, 11 maggio 2009

le belle di stagione

 Tornarono con Proserpina le sue compagne, nel lungo inverno rapite in pesanti vesti, attesero che i campi schiudessero minute corolle, e con esse fiorirono sottane leggere, prodighe di seducenti vedute, come le vie di costiera, che ad ogni curva indugi a rimirare il paesaggio, allo stesso modo il capo si volge al passare delle belle, possibili diurne comete, la cui rotta insidi con cortesi saluti, sperando la chiglia s’areni ai tuoi lidi. La felicità è una digressione dalla rotta stabilita.
postato da: narrando alle ore 21:50 | link | commenti (5)
categorie: le donne
lunedì, 16 marzo 2009

cuore di mamma

 Anche l’amore materno, che si pretende cieco e prodigo d’immeritate virtù, talvolta ravvede e prende l’esatta misura alle proprie speranze, ma non muta la meta, solo rincara gli sforzi, come pestando il pedale all’approssimarsi della salita, issati sulle punte, sperando la china ceda prima delle forze. Per questo con lo sguardo sostiene il piccolo ciclista, al cui mezzo furono amputati i sostegni e reso all’equilibrio precario d’un incerto giroscopio, e se quello fallisce, le sue braccia forniscono amorevole supporto che riguadagna l’asse ed incoraggia nuove prodezze. Così s’inseguono i tentativi, ma invano, ché infine il bimbo sbotta in un pianto deluso e le sue labbra apprendono l’assenzio della sconfitta, un acre sapore per il quale la madre non ha dolciumi a sufficienza, e lei lo sa e se ne strugge, però lo prega d’un ultimo sforzo, e, atteso ch’egli sia montato in sella, al riparo dai suoi occhi ne sostiene la corsa, come prima facevano le piccole ruote smontate di fresco, e lo segue rossa in volto, finché sfinita ne accoglie tra le braccia le grida d’esultanza, e lo stringe al petto come meritata ricompensa alle proprie fatiche. Non ci sono prove da superare, è lui il suo premio.
postato da: narrando alle ore 21:52 | link | commenti
categorie: le donne
domenica, 08 marzo 2009

donna, mistero senza fine bello

 Lungamente celarono misteri nel frusciare delle gonne, e il tempo consolida segreti cui ti danno parziale accesso, poi il sorriso s’adombra in una piega più cupa del volto, e gl’occhi pongono infinite distanze a riparo dei pensieri. Saperne gl’umori, come il palco oltre le quinte, e tentarne il varco è impresa che soverchia l’amore e chiede pegno di devozione, diversamente si resta alle soglie del cuore, ignoto ingranaggio che armeggi maldestro, misconosciuta pietra filosofale, ma per errore trasformi l’oro in pianto, e non era nei piani raccogliere tra le mani i poveri cocci, e rabberciare il bel gioco in forme più aspre, ma non siamo avvezzi alla gioia, e c’urtiamo contro fino a sentirne addosso le schegge, puntute lamelle che tagliano la pelle, e nel dolore ci rendono a lidi più noti. Sulle vostre labbra è traghetto d’eliso, ma noi c’impantaniamo alle rive dello stige, e fu soverchia impresa trarci alla luce, più spesso c’incontriamo a mezza via, fra dolenti lacrime di gioia.

Con i migliori auguri alle belle d'ogni latitudine, ma solo alle belle, che sono la totalità :)

postato da: narrando alle ore 18:42 | link | commenti (12)
categorie: le donne
lunedì, 23 febbraio 2009

sincronie

 L’amore è un fortunato accidente, nel quale s’inciampa per liberalità della sorte, e quella tende a serrare bene i lacci della borsa, dispensando più spine che rose, per cui s’intende che il piccolo prodigio merita le cure riservate ai cuccioli, un nido di premure al riparo dagli affanni, e conferme d’affetto che si fa devozione. Taluni però stimano Cupido sia un lesto sensale, a perenne suggello d’ogni buona occasione, e, se per loro la logica ammaestrò i palpiti del cuore, non intendono motivo per il quale altri debbano fare una scelta ineguale, e a contrappeso della stadera pongono affetto ed accese passioni. Per tali ragioni le furono condanna i propri natali, che, incuranti d’ogni convenienza, avevano preceduto di tre anni quelli dell’amato. A lui quell’involontaria premura non pareva un’offesa degna di biasimo, come d’un corridore sleale che avesse anticipato la partenza, ed in fondo lei avrebbe volentieri attardato il passo per consegnargli la staffetta, ma altri protestarono che la norma è saggezza al riparo dalle eccezioni, e s’affrettarono a tirarlo per la manica lontano dall’incauta scelta. I “buoni consigli” ne avrebbero mutato la traiettoria come i nostri sospiri allineano stelle propizie ad uso dei sogni, ma la guerra ebbe più strenue ragioni nel destinarlo ad infinite distanze mai più ricolmate, così lei restò a fissare il proprio cuore, dove s’era formato come un incavo, a perfetto incastro dell’altro, e le parve arduo trovare altrove una pari simmetria, perciò restò in solitudine a sgranare i lunghi anni della sua vita, come un monotono rosario di giorni, e solo quando arrivò all’ultimo “amen”, i familiari scoprirono con sorpresa che i suoi compleanni avevano sempre taciuto un triennio, tardivo, ingenuo rimedio alle passate sventure; ma a quel punto il tempo era affare di chi restava.
postato da: narrando alle ore 21:55 | link | commenti (15)
categorie: amore, ricordi, le donne
lunedì, 02 febbraio 2009

la ninfa (2)

MaraGi propone un seguito del precedente post, che pubblico volentieri, ed accludo un ulteriore prosieguo.
A chi volesse, libertà di immaginare ulteriori sviluppi, e di aggiungere nuove voci d’altri personaggi, ogni contributo troverà pari ospitalità…
 
“Era leggero il passo sotto le mie scarpe, verdi d’estate, tra la terra arsa e il giardino in rugiada, pronto a richiedere acqua alle mie mani.
Nascondevo alle foglie il mio stupore quando una spina in rosso somigliava al mio giovane amore che passava, giù nel vialetto che al fiume trasportava.
Bruno, io lo vedevo, mani forti, gambe potenti usate nella corsa, mentre scendeva lento ad osservare quella mia foglia in volo al fiume, verso il mare.
Lui fermava lo sguardo alla mia siepe e non ardiva cercare nei miei occhi quello che non temeva e non voleva. Era di un'altra, in sagoma, il suo corpo e mi sedevo allora, a cercar conforto nei sogni di ragazza mai violata, bianchi come la neve ormai caduta.
Vedevo nel tuo sguardo controllarmi, sapevo dello scatto pronto all’uso se mai fossero state mani nelle mani. Ora è già inverno e vedo il mio giardino scaldare l’altra al fuoco di un camino che mi aveva bruciato nella attesa.
Il tuo seguirmi il passo, rasserena.”
(MaraGi)
 
... Un amore mancato, come un bimbo che si trastulla al suo gioco, e nei sogni per ogni ninnolo inventa un nome e gl'appresta nuove avventure, così l'innamorato s'immagina le risposte a taciute domande, e quelle confidenze, cui mai diede principio, rendono lieve tepore alle notti solinghe o si confondono ad altre labbra, labbra devote alle quali si deve pari moneta; ed io pago il mio pegno, e resto a vedetta d'un amore sbiadito, che cerca conferme in gravose promesse; ma il pensiero di te scardina i miei buoni propositi e riconduce i passi a quel sentiero, ed ora un po più lungi, al riparo dai tuoi occhi, che sono approdo cercato, ma per entrambi hanno patito un lungo silenzio, e, se le labbra restarono mute, ora anch'essi vacillano nelle proprie speranze, e temono siano volti in diniego quelli ch'erano un tempo cenni d'assenso...
a voi il seguito...
postato da: narrando alle ore 21:29 | link | commenti (9)
categorie: ricordi, le donne
lunedì, 26 gennaio 2009

la ninfa

 Stagione d’albe tardive, assonnate fra le brume d’eterni scrosci, e torbida foschia che la notte trascina al suo commiato, stamane ha velato di nembi il picco del colle, e lacrima una pioggia fine, rada nelle veloci traiettorie, che in controluce traversano l’orizzonte e s’annunciano alle pozze sulla strada. Per contrasto e per dispetto s’avanza il ricordo dei pomeriggi d’estate, che t’impegnavano alla cura del giardino, e t’arrossavano le gote come gl’amori novizi, che sussultano al trovarsi delle mani. Al ritorno petali tra le chiome, e uno sbuffo di terra ombreggia le tempie, accaldata e scomposta, sei una driade che si trae alla sua scorza, e t’imperla la fronte sensuale rugiada e maliziosi pensieri, che socchiudono sguardi d’intesa, ed un sorriso attenta il precario equilibrio dei sensi. Beltà in te si veste d’edera e di fieno, del bruno riflesso dei tuoi occhi d’ambra, che ignorano il belletto, e s’offrono languidi alle carezze del meriggio, e se mi torni alla memoria in questi livori d’inverno, è perché sei come l’iride, che ora si diparte dai coppi sconnessi del vecchio borgo e ritaglia un’ostinata striscia di colore nel grigio dei nembi, parimenti il tuo ricordo scansa le ugge del mio malumore, e il cuore di nuovo rasserena.
postato da: narrando alle ore 21:54 | link | commenti (5)
categorie: ricordi, le donne
lunedì, 03 novembre 2008

dolce notte

 La sera incupisce un cielo bruno di caldo tramonto, come un sipario d’ombre che cala sul giorno e consegna alla memoria l’ore trascorse; volti e parole ancora ci tengono alla loro corte, e già grava sugl’occhi quel torpore che congeda gl’affanni. Morfeo vince l’acerba malizia dei tuoi pochi anni, e tu dormi un volto da bimba, a labbra schiuse come in attesa d’un ultimo bacio che ti conduca agl’incerti sentieri dei sogni, e si fanno casti i pensieri di chi ora ti guarda, e sulle chiome una carezza è il giusto tributo ch’a te è dovuto, ed il commiato si tinge d’antica tenerezza.
 
piccola nota di servizio
 Un ringraziamento a Gino Di Costanzo che ha accordato attenzione e apprezzamento a questo piccolo blog fatto più d’intenti che di talenti.
postato da: narrando alle ore 21:03 | link | commenti (10)
categorie: le donne

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