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lunedì, 11 febbraio 2008

la pioggia di notte

 Mi richiama dal sonno il battere sonoro della pioggia, come tamburi di battaglia, sicuri oltre ogni gittata, scandiscono la notte, e attraverso le imposte socchiuse lontane folgori riecheggiano chiarori nella stanza, e fragore di schianti vibra sui vetri. Il buio si riempie d’un ticchettio vario, è una melodia che s’accorda allo strumento, tintinnio d’ottoni sulla grondaia e tamburelli fra le tegole, poi un crescendo che confonde le voci e risveglia un brivido antico lungo la schiena. M’adagio al riparo delle coltri, nella cimosa del lenzuolo il confine di trincea che accoglie la mia ritirata verso la terra di Morfeo, dalla quale in parte fui tratto, e di nuovo una nebbia di sogni mi confonde i pensieri che si sfilacciano in fantastiche visioni. Sono paesaggi costieri che la fantasia reinventa, antichi borghi affiorano dall’acque come ritrovata Atlantide, vecchie torri dirute galleggiano tra i flutti, da esse partono esili ponti a cavallo dell’iride, e sul mare, in lontananza, vapori ramati si levano contro il sole, come una cortina di luce che si flette sull’orizzonte. Gli scafi gemelli della paranza doppiano rotte sinuose verso il largo, e cesti di lucciole rischiarano la prua delle lampare; se affondi l’esili dita nell’acqua, i coralli tesseranno per te soavi monili, e le conchiglie, aperte le valve, galleggeranno come ninfee per offrirti una candida perla che ti adorni la fronte alla maniera delle danzatrici d’oriente. Qui più non s’odono gli scrosci di pioggia, è confine fra i due mondi il tepore delle coltri, soffice conforto a lontane intemperie.
postato da: narrando alle ore 20:53 | link | commenti (11)
categorie: la pioggia
lunedì, 22 ottobre 2007

cloppete

 D’intorno le cime vezzose hanno incipriato i picchi e sul capo gli grava un manto scuro di nubi che invogliano a domestiche pigrizie. Scrosci notturni consegnano all’alba un paesaggio umido, come di metallo, che riluce per inatteso chiarore, e presto incupisce in nebbiose opacità. Sotto cieli tersi lo sguardo impigrisce nel giro lento delle ombre che tracciano la propria meridiana, il sole smette piano l’ambra del mattino verso crescente candore, e l’unico imprevisto è quel manto di porpora ch’a sera prepara notturne seduzioni. Ma, nell’intemperie è azzardo e imprevisto, improvviso sabotaggio della realtà cotidiana, che muta volto, si scuote e s’imbianca, o dilava, ed è un mondo nuovo, ogni volta ignoto. Così gli pare, e all’ombra di nembi scroscianti gli piace andarsene cheto tra le corse di quelli che chinano il capo sotto improvvisati parapioggia e fuggono ciechi verso immediati ripari; fra quelle indispettite meteore grondanti improperi, nello scorrere svelto dei rivoli che gonfiano rivi al margine della strada; in quella premura indugia il suo passo, e cerca il prodigio nei fiotti che vincono il tombino e, zampillando, impongono definitiva disfatta all’ordine consueto; e governa equorea anarchia. Il maltempo pare rubare il mondo agli uomini e consegnarlo alla sua spavalda solitudine, “il maltempo” pensava “un arbitrio semantico”, ché per lui è tempo buono di silenzi e vagabondaggi, e l’armonico scuotersi del tergicristalli è un gioco da mesmeristi che l’incanta ad un verde che gocciola sbiadito dal semaforo, ed è lo strepitio del clacson a rapirlo a tali pensieri…
.
per il seguito passo il testimone ad orangUTAN:
"solo
per strade note e ignote
‘che tutte sempre portano chissà
quali sorprese e quali luoghi
e incontri….
solo coi suoi fantasmi
quei colori scanditi
stridii della memoria
piccole note suonate al pianoforte
indici alla tastiera
ritorni dell’infanzia
affastellate notti
sovrapposte preghiere
sempre uguali
a piè del letto
giunte le meni e le intenzioni..
tutto ritorna
in un andare lento
dove il pesaggio s’intrommette
e concorda.
lui si sente vicino
e comincia a parlarsi.
a voce cheta udibile e sommessa
si racconta il racconto.
il maltempo gli è complice
nessuno sentirà.
dorme ancora il canaio.
ombre distanti
quelle poche presenze
estranee e frettolose.
Solo quel clacson..d’improvviso
un rapire il pensiero
uno sconvolger d’espressione
e quel volto, tutta quella dolcezza
oh! non può essere…
eppure le assomiglia!
le stesse sopracciglia circonflesse
quella bocca diversa, corrucciata
che apre un sorriso di resa
a smascherare l’intenzione
e quegli occhi, che cambiano colore
con la luce, il mare che vi muove..
no. le assomiglia soltanto,
il viso è stanco
e ha perso quel turgore
è segnato dal tempo, ed i capelli
gli paiono appannati,
o forse è solo il vetro…
(ti prego fa che non sia lei
non potrei sopportarlo
non ora
non ancora ne mai…)
-oh! ma sei tu! quanto tempo è passato…
e, come stai?-
e di colpo tutto intorno s’arretra
il mondo retroverte, e il volto prende luce
e sfocano in tenerezza
tutti quei segni del dolore
della disillusione, dello sforzo.
solo la luce resta e nella luce
il difficile dire le parole.."
.
Per tre anni ha disatteso gli appuntamenti offerti dalle circostanze, ed ora lo sorprende sentire la voce di lei che lo richiama dal fitto dei pensieri, e rischiara tra la bruma d’un luogo che non gli appartiene. Un incontro del tutto casuale, perché il destino è il calcolo errato delle probabilità. Eccola in un nugolo d’amici comuni, ma è passato troppo tempo, ed è arduo dire quanto resti dei rapporti d’allora. I ricordi chiamati a gran voce, raccontati con l’enfasi delle rimpatriate, testimoniano lo strappo d’una negletta amicizia, e resta una confidenza forzata e l’imbarazzo del presente. Si risparmiano le cronache di questo tempo d’esilio, ché gioie e dolori, tutto quanto è stato dopo, segnano maggiore distanza, e tra loro c’è un rammendo rabberciato, ed ogni parola ne scuote la trama, e di sotto già intravedi passati dolori e dolenti solitudini. La guarda e pensa a com’è cambiata, non meno bella, no davvero, però diversa; i capelli corti ed un abbigliamento più austero dichiarano un tempo ed una saggezza che lui non le riconosce, il suo canto è lieve come allora, ed è questa una fortuna che lei ignora, e che un po’ lo commuove. “Non te ne voglio per aver spartito altra sorte che non la mia, né fu cattivo azzardo se il guanciale di fianco all’alba ostenta una sagoma intatta. Ero uno come tanti, che offriva facezie al tuo sorriso e teneva per se qualche trita malinconia. Ora m’è cara la pioggia, che bagna il volto, e, se l’iride minaccia un imminente naufragio, tu non sai dirlo, e a me resta il conforto di credere che la nostalgia dei giorni buoni sia un pensiero che addolora entrambi”.
.
dulcis in fundo
.
al di sopra del suono di parole
c’è quello sguardo cieco, reciproco
immerso nel ricordo,
verde mare d’incontro..
d’improvviso il pensiero comune come un lampo:
sole, e il piancito di legno di torre saracena
il caldo o il freddo delle mani impazienti
quel silenzio sommerso ove l’intorno e il corpo
tutto parla tranne che la parola..
“ora abbiamo una bimba”..
..“abbiamo” ha detto.
perché la bimba è nostra, come tutto lo è stato, tuo o mio fosse,
te ne vivo la gioia, la tenerezza,
il non essere insieme è un accidente
non cambia la sostanza,
per quelle solitudini di scelta
siam sempre stati , sempre saremo insieme.
“ dove abiti adesso”?
e mentre parla , il pensiero vien svélto
figlio del verbo svèllere
attraccato a quel nulla
che l’annulla. l’occhio rivede allora
quella luce d’ottobre senza fondo
il fresco di quell’acqua condivisa
ed il gioco dell’abbraccio sospeso
in un mare di indaco e di luce.
“sono con te in un tempo
in cui ormai non sei più…” vorrebbe dirle,
ma che per lui è presente.
“se avrai bisogno chiamami, verrò
per aiutarti ad essere tutto quello che sei”
(un brivido: mantenere questo silenzio vivo
d’occhi e respiro, o mutarlo in parole?)
“io t’ho sempre guardata
poggiato al parapetto della vita,
e ti sarò fedele più di quanto lo sia
verso me stesso, non potrei raccontarmi
a nessun’altra.
resti
in quel punto di me
vuoto e centrale
che ti appartiene.
e quando sarai triste oppure lieta
sappi che piangerò con le tue lacrime
o riderò con la tua cara voce”.
Ed è come li trascinasse
per direzioni divergenti
una forza suprema,
come due viaggiatori in treni opposti
che si guardano persi nell’incontro
( e ti farò l’amore, in me , nel sonno..
e godrò ogni tramonto per entrambe..
io conosco i tuoi rivoli profondi
e la chiara sorgente che li nutre)
“ma piove forte , entra, ti prego!”
“non posso devo andare”
“resta!”
“non serve, siamo e restiamo insieme”.
ed il pensiero vola
a tutte le poesie che non le lesse
a quel neo che ritrova in ogni viso
alle mille parole che suonano il suo nome
ogni giorno da allora.
tra il lampo e il tuono
l’attimo del ricordo
è solido vissuto.
e mentre s’allontana
indietreggiando piano
e lungo i solchi del suo viso bagnato
scorrono i desideri verso la nostalgia,
a voce bassa dice
“resteremo
una zolla di terra, fertile.
la nostra storia
come leggere una poesia d’amore
altrui
bella.”
postato da: narrando alle ore 22:19 | link | commenti (22)
categorie: racconti, la pioggia
lunedì, 08 ottobre 2007

allagando

 Ampi roghi arrossarono le notti d’estate, recando ai boschi un precoce autunno, ché al verde rigoglioso della calda stagione seguivano i toni bruni d’arsi fusti, e la collina, che disegna il paesaggio oltre le imposte, d’improvviso sfrondava il suo manto e scopriva nudi pendii di sassi e neri arbusti. Attristavano quei fianchi spogli, come una vasta ferita oltre il verde rado sottratto alle fiamme, ma lo sguardo s’adatta presto al palco che cambia fondale dietro scene trite eppur  concitate, chè ciascuno s’affanna appresso alla propria commedia, e l’indifferenza coglie facile pretesto nella speranza degli steli che vincono tra le brecce la propria lotta al mondo, e uno scintillio nuovo di verde al primo sole del mattino già pare sanare i torti, e si cede ad un agevole oblio. Solo accade che verso sera baluginanti serpi, con fragore di schianto, taglino il buio di fitti nembi che addensano la notte, e gocciare fitto, scrosci che s’inseguono oltre l’attesa d’uno sguardo accorato, mentre piccoli pelaghi inghiottono le strade, che si fanno affluenti ed emissari, e lo sciabordio delle acque scavalca soglie e pendii; cedono le difese delle nostre piccole fortezze, e c’arrocchiamo nell’alta pergamo, mentre torbide schiere ondeggianti lasciano nei territori occupati un presidio di sterpi e ciottoli, e trincee di fango lungo le strade. Sotto il manto di pioggia, che il vento ondeggia minaccioso, i fronzuti superstiti se ne stanno solenni, sibilando canti di vendetta, e solo oggi per loro s’appianano i conti.
postato da: narrando alle ore 22:05 | link | commenti (22)
categorie: la pioggia
lunedì, 04 giugno 2007

gocce d’estate

 Pioggia d’estate, come una malinconia di ragazzi, inappropriata eppur bella. Nei giorni di mare, stesi sul letto, gli scrosci recano soffi di frescura, altrove serrano frettolosi le imposte contro domestici naufragi, ma dal terrazzo coperto io sfido gli avversi nembi (calcolato azzardo di favorevoli aggetti). Al riparo dei lidi s’assiepano i bagnanti timorosi di bagnarsi, con gli sguardi mesti da diluvio, cercano un’arca che l’imbarchi, e apprestano inusitati parapioggia che li traggano a più lieve tedio. Ciascuno si ritrae al proprio guscio e le strade si svuotano, ché già pare svanita la bella stagione; ma, se appena sciama il battere delle gocce, ed una lama di sole incide il grigio manto del cielo, piovendo riflessi fra le fronde madide degli alberi, allora timide colombe recano il fuscello d’olivo che annunzia la terra ferma. Ed i naufraghi riapprovano alla plaga, seppur mutando il verso, e già smaniano quelle abluzioni che prima paventavano malanni. L’estate è questo sogno, che uno scroscio di pioggia trae a veglia, e presto cede all’oblio.
postato da: narrando alle ore 22:55 | link | commenti (13)
categorie: la pioggia
lunedì, 19 febbraio 2007

Perché piove

 Non per coalescenza l’aria si riga di stille cadenti su annacquati paesaggi; di tali fandonie si narra ad ammuffiti alchimisti persi tra gli alambicchi polverosi, come le fole ai bimbi per quietarli al sonno, gli si lascia in dono simili teorie perché la ragione vi si trastulli in un caleidoscopio di corollari. A poeti e pittori, a scalcinati narratori, a costoro si deve lo scrosciare di cieli plumbei, per loro i nembi oscurano l’aria e aprono le grigie cateratte, perché da quella nebbiosa malinconia sortiscano versi e strofe e cupi acquerelli offuschino le tele. Gli è complice Eolo, che dallo zenit dirotta sonore gocce a tracciare un incerto spartito sui vetri delle imposte, e il paesaggio dilava in tele impressioniste, sempre più astratte. Quando piove, non equoree gocce si precipitano da celesti altezze, ma come assenzio, perle di poesia che abbeverano cuori arsi dal silenzio.
postato da: narrando alle ore 21:52 | link | commenti (15)
categorie: la pioggia
lunedì, 25 settembre 2006

Nuvole

 Il cielo stendeva veli d’azzurro che addensavano in alto su orizzonti aperti di pianura cui solo limite poneva lontananza. Ampi cumuli di latteo chiarore, sospesi a mezz’aria, andavano sparsi come aereo duplicato dei monti. Le ombre sui campi narravano quel lento passaggio, che a tratti rabbuiava il chiaro mattino e, quando m’avvolse inatteso schermo al pallido sole, sperai una vita gemella a quella tersa distesa dove rade eclissi passavano fugaci, che uggiosa frescura restava orba di brividi e, volgendo più ampio sguardo, sentivi limpido quel cielo di nuvole sparse. Poi la sorte governa a venti capricciosi che minacciano tempesta, e da allora furono densi nembi a scurire il paesaggio e poi plumbeo grigiore d’eterno ottobre cui fuggono pochi raggi d’un sole lontano. Si fa aduso lo sguardo a quel lungo torpore, che luce improvvisa spaventa più che tenebra, e si cerca riparo al giorno come la falena s’uccide alla chiara luce. Se in lontananza filtra lieve chiarore, spero passi svelti a rincorrere il sereno.
postato da: narrando alle ore 21:52 | link | commenti (16)
categorie: la pioggia
martedì, 27 giugno 2006

piove

 Da oriente s’era levata una brezza più fresca, che d’improvviso si fiacca, come fugata dal battere raro delle prime gocce, poi un rapido crescendo che si fa rumore compatto di fondo. Sul corso ondeggiano le campanule variopinte degli ombrelli, che, all’unisono, come fiori di datura, aprono i petali a dissetarsi di cielo. In lontananza s’alza una bruma leggera, che taglia parte dell’orizzonte consueto, così il mondo si rapprende in uno sguardo breve di pluviali che mugghiano aerei scrosci e veli di fiumare sulle strade, che le auto schiumano in piccoli marosi frangenti i marciapiedi. Qualche caviglia affonda tra i gorghi di un insidioso tombino, ma presto i flutti restituiscono la preda. In torbide pozze si riflette lo speculare del mondo, che una goccia distorce la realtà in onde concentriche. Le ramaglie lasciate a seccare sui campi marciscono in un tappeto paludoso, che lascia d’intorno odore di terra bagnata. Ma in questa teca di malinconie m’appesta una tabe di mesti pensieri, troppo lasciati a lungo macerare in vecchi scantinati orbi di speranza, che nullo sogno sopravanza il giorno, e domani è rimpianto di ieri. 
postato da: narrando alle ore 22:34 | link | commenti (13)
categorie: la pioggia

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