Al tempo che ci si strugge d’un amore perduto, la ragione è soverchia, e lo sguardo cerca un caro fantasma che più non appare, e s’abitano i ricordi, ingannevole malia d’un breve sollievo, cui segue maggiore nostalgia. D’un lungo discorso avanzano stringati lacerti, e si ritrova una grafia minuta stretta nell’angolo d’un foglio, a raccontare la grazia riposta dei suoi modi, e la sorpresa d’una tale sorte rubava le parole, e mille omissioni poi tormentano i rimorsi, e che sciocca idea centellinare il bene per i giorni a venire, ciò che resta da dire è moneta fuori corso che più non seduce il creditore, un bottino di questua che ingombra le tasche e risuona secondo il passo con molesta melodia. Due sillabe infine si concedono, inviso requiem alle proprie speranze, ma dirle a che vale? Basta per entrambi univoca sentenza, non c’è replica ad un addio.
Afrodite di petali leggeri, dolce promessa di primavera che non conobbe estate, sul tuo sogno mancato stillo un’ultima lacrima, e un’altra soltanto, acre rugiada d’un lacero cuore. Ora la sorte ti nega al mio sguardo, il tempo le si accorda e sbiadisce un ricordo, ma cerca minuti appigli la speranza, e un piccolo compenso m’avanza ancora, un crepuscolare vezzo, un segno di tardiva fanciullezza: ho offerto dimora alla rosa che mi desti, un vecchio coccio, un palmo di terriccio, e un lembo di verde piano riconquista le foglie; ancora lunge l’anno venturo, ma, sempre che Demetra voglia, a primavera avremo nuova fioritura. A questo tenace ricordo ho dato il tuo nome, una piccola offerta con la quale tengo fede al patto.
La gonna un po’ stretta al ginocchio impone passi brevi alla lunga forbice delle sue gambe snelle, mentre attraversa la piazza nelle ore assonnate del primo meriggio. Il volto affilato e bruno l’eguaglia ad una madonna andalusa, di più adesso che l’abito scuro la fascia alla maniera d’antiche figure che velano il capo di trine all’inizio del sagrato, anch’ella recando la sua prece ad un nume terreno, che più non le accorda grazie per via d’un qualche torto il cui peso dipende dalla stima d’un innamorato, equazione mutevole che sovverte i coefficienti secondo la giornata. Su tale incoerenza fonda le sue speranze, perché l’amore non ha sede tra i pensieri, che sarebbe facile opporne di più ragionevoli e confutarne la tesi, liberandosi così dal sortilegio. Piuttosto s’annida fra lo stomaco e il cuore, con presa tenace, che a strapparlo via si rischia la sorte delle api, alle quali l’altrui offesa costa il pungiglione; allo stesso modo spesso all’altro si concede indulgenza perché s’allevi per noi il danno, e sui piatti della bilancia le sorti si mischiano in un’unica pena. A trovarsela dinanzi, con gl’occhi marcati di scuro, un po’ languidi nell’attesa dell’assoluzione, lo coglie desiderio di quelle licenze che una donna concede all’amato e prescrive al mondo, labbra che si schiudono al riparo d’un intimo convegno, muti, complici assensi. Infine però quello stato d’incertezza che la tormenta e la tiene in bilico, appesa ai fili delle sue decisioni, lusinga la vanità rafforzandone i propositi, per bere fino in fondo quel vino speziato. Così ancora le volge le spalle, affilando scabre parole, quando sente la porta richiudersi piano. Lei serra un po’ lo scollo della veste, prima di prendere a ritroso la sua via crucis, poi con uno sguardo di rassegnata delusione, come facendosi ragione d’una sorte che da lei più non dipende, sussurra all’altro ormai lontano: uè, ma tu a quant ò vinn?
Come a te piacque, li accolse una sola catasta, tutti i giorni buoni e quell’unico sbagliato, e lasciasti ardere al fuoco del tuo dispetto, una cupa vampa in fondo alla pupilla, e le parole mutano segno e c’imbastisci dolorosi offendicula ai quali appicchi il mio cuore, e per me prepari un bagaglio fatto della tua assenza. E’ un segreto che conosco, ma non trova udienza, perché ciascuno scopre tardi che il tempo è un inganno, dapprima blandisce l’ira, ma poi trama rimpianti.
La vita, che fioriva in te come rosa selvatica accesa attorno alle mura di campagna, oggi diserta il respiro breve dei tuoi giorni, ed io attendo voce ampia d’amazzone, mentre stentoreo fiato accoglie il mio saluto. Ricordo che i doveri di scena ci costrinsero al belletto per donarti un tempo assai lontano da venire e tu, mite, incanutisti le chiome e disegnasti sul volto pieghe delle quali mancava indizio. Ora la sorte improvvida vela lo sguardo di un bistro malaccorto e più non ci piegano le risa di quel tempo, dal quale tristezza aumenta la distanza e segna definitivo distacco. Vedo quelli che ti amano pregare per te ogni nuova alba, e a sera vincono il sonno che vi separa, grati di attimi dolenti. Qui ogni istante paga il prezzo d’una pena, eppure è sperata conquista a coro di voci chiamata e sottratta al terrore d’un più ampio ammanco. Disparità d’una guasta clessidra c’affida allo sgomento d’un oscuro disegno, che sembra confutare la pietà del suo geometra. E’ uno stillicidio di attimi che si consuma, e questo mio tempo sciocco, fatto di continue attese e di storte parole, di appuntamenti mancati e traditi sogni, questo mio tempo vano oggi un po’ mi pesa.
La vita c’impone usi inattesi come a primavera muta il nostro guardaroba, per conseguenza del fato che i sogni travolge al pari delle messi, piegate al passare degli eserciti. Così debbo gratitudine alla mia buona stella, se a lungo non ebbi ragione per vagare all’ombra di queste fronde pietose, che flettono il capo all’altrui dolore; era una compassione senza nome a segnarmi la croce passando dinanzi alle grigie inferriate, e talvolta indugiava tra sbrecciati mausolei cinti d’intorno dalle sterpaglie che s’avanzano nel mezzo del selciato e ne sconnettono i ciottoli. Puoi spendere un giro di lancette indovinando le storie che i muti volti tacciono, e poi andartene nell’altera giovinezza, che termine non conosce al proprio futuro. Ora che queste mura mi stringono il cuore tra ricordi gravosi, ora il passo volge sempre altrove, e nega giusto tributo alla tua memoria, e da quel giorno la gerbera sul terrazzo attende invano di partecipare alla fitta selva che adorna questa tua nuova dimora, ed ormai protesta un coccio più ampio ove stender le radici. E’ che talvolta ricordo quell’ultimo tempo, prima che gli anni confondessero i pensieri, tra le ciarle leggere del morente meriggio, d’improvviso ti facesti serio nella sopraggiunta premura d’un ultimo consiglio che mi chinava il capo di muto assenso. Quella tacita promessa ora c’allontana più che celesti distanze, perché non so dirti che i buoni intenti ebbero quella sera vita breve, più dei giorni a te restanti.
Oltre i viali del centro, lungo strade da sempre ignare d’ogni passeggio, lunghe cortine di tufo fiancheggiano il ciglio ed anneriscono piano nel grigiore delle fabbriche dimesse. Al sommo qualche avara imposta tradisce l’abbandono nei laceri vetri che ne orlano aguzzi il telaio e la penombra, che angustia di grigiore quelle mura, inghiotte la luce in una nebbia polverosa che s’incupisce nella ragnatela del traliccio di copertura, un reticolo d’aste rugginose, come un cupo merletto sotto volte di metallo. Queste dirute roccaforti, che cedono all’assedio del tempo, s’ornano d’una cinta muraria quasi nascosta dai muschi che l’abitano a settentrione e dalla fuliggine d’un traffico molesto, il resto l’imbrattano maldestri graffiti che la notte depone furtiva, per la gran parte sciocche pasquinate e simboli osceni che di più rattristano quei luoghi; ma nel mezzo trova dimora il messaggio d’un amante deluso che, come una missiva dall’incerto destinatario, giace qui, lontano dagli occhi di lei, un addio risoluto che recita: mai più cara ti amo, tieniti l’altro. Mi commuove quell’incauto aggettivo che rimarca la tenacia d’un affetto tradito, e quel proposito d’eterno addio diviene un maldestro canto d’amore per la perduta Lesbia.
Un rosso segno cerchia la data sull’almanacco, inutile memento ch’ogni anno si rinnova, come ritrovare una moneta fuori corso o i biglietti d’un viaggio mancato, rammento l’anniversario d’un tempo incompiuto. Un ciottolo fuori posto, un inciampo imprevisto, ad il cammino si spezza; di poi viaggio solo, l’orma tua diserta il segno, il seguito è una via crucis di vuote stazioni, ed io colleziono nostalgie di te rapita al mio presente da una schiera di giorni. Ritorni quest’oggi nel ricordo che la ricorrenza ravviva, etereo tuo lascito che ancora m’accompagna, e spartisce i giorni in concordia, la sua fronte non cruccia, non sciupa beltà in pose severe, ma dona sorrisi come balsamo alle mie ugge. Domani è tempo che m’ignora, ciascuno traccia un separato cammino, ma il ricordo delle gioie passate è un patto di sangue che a vita c’unisce e in accidentali rimembranze rinnova il suggello, un dimentico lacerto che rapisce lo sguardo e già richiama memorie a frotte, tristi fantasmi che versano rugiada all’estremo dei tuoi occhi, e quell’unica stilla, che fugge alle ciglia, è una fonte di nostalgia che improvvisa zampilla.
Le brume addensano oltre gli stecchiti profili dei platani, e si fondono al grigiore dei nembi, quasi il cielo calasse sui campi in cupi vapori, un manto che si sfrangia alle pendici dei monti e ne inghiotte i picchi in livori d’indaco. Alzo il bavero contro le ugge che spirano in simili giornate, che scuotono l’apatia d’un’aria immota, d’un cielo gocciolante tristi umori, e come un refolo improvviso si rinnova il ricordo nell’approssimarsi degli appuntamenti consueti, e mi sorprende di sgomento la coscienza della tua diserzione, un senso di “non più” che traccia impossibili distanze. Per noi il tempo non ammette repliche e conferma il dolore in piccoli gesti monchi, ché le grandi mutazioni sono somma di minuti particolari, e nelle inezie misuri ampiezze d’infinito; l’insieme è un cumulo di riflessi che abbaglia e ottunde. L’assenza non è di ieri, né di oggi, ma dei giorni ignoti che spartiscono il prossimo incontro, d’un’agevole consuetudine che d’improvviso si nega, e in un angolo riposto del cuore salta un tassello, neanche me ne accorgo, ma in simili giornate per accidente v’inciampo.
Poi te n’andasti e fu tempo d’addii, l’estate volse ad autunno prematuro, e il volo delle rondini offuscò il cielo, spessa caligine sul cuore, scura nebbia che abbrevia lo sguardo. Nel velo della tua partenza s’impigliano i giorni di sole e le promesse di letizia, sorrisi e palpiti, con te li porti e non te ne curi, che lo sguardo più non volgi alle diserte lande, già guida i tuoi passi un richiamo d’altrove. So ch’è giusto chiudere l’uscio dietro all’ospite che sceglie l’esilio, ma rugginosi cardini impongono sovrumana inerzia, e resta un ostinato spiraglio che dispera il tuo ritorno e si racconta favole di te.