Seguendo l’aroma del caffè, puoi girare il mondo, tale è il consenso che la nera bevanda riscuote, ma l’espresso, nessuno me ne voglia, ha dimora in una piccola fascia tra Napoli e Salerno, oltre infiacchisce o s’adira, ed infine cede a blandi infusi che soverchiano il colmo e dilavano il gusto. Se la sorte o il capriccio ti conducono a questi lidi, vai oltre l’ampie vetrate del bar sul corso, dove schiere di dolciumi seducono le signore impegnate nel tè ciarliero del meriggio, in una angolo un po’ riposto, nell’arco d’un vecchio portale, o nella luce breve fra i pilastri, un fitto sciame di devoti varca l’uscio d’un antro di sibilla, un incavo che più o meno s’affonda nel ventre dell’edificio, e che fin da principio dichiara la sua vocazione nell’aroma della miscela che t’accoglie già oltre la soglia. Qui un novello Ermete Trismegisto, con sapienza d’alchimista, armeggia la nera polvere tra i filtri, celando segreti al mondo negli sbuffi di vapore che s’alzano dalla macchina, finché la nera pozione sia breve e cremosa o lunga e persistente secondo il suo volere, ed il giorno sminuzza nel breve tempo della leva che risale la sua corsa. In questi angusti budelli si rinnova un esercizio di cortesia nel garbato andirivieni dei clienti che s’alternano al banco e da sé disciplinano le fila in efficienti manovre, ché non di rado, pel poco spazio, s’inciampa nell’altrui sorriso, ed i volti nuovi ci sono già familiari, ed al cliente che protesta per lo zucchero nel caffè, a lui che da sempre lo prende amaro, il barista ribatte “Dottò, la vita è amara, il caffè prendetelo dolce!”.
Questo post potete leggerlo anche qui.