Le case sono libri di pietra, e l’architetto racconta la vita degli altri per come gl’appare, o gli pare dovrebbe in tal modo filare. Così m’incanto dinanzi a grigi casamenti, informi mausolei d’ogni beltà, che rifuggono grazia, e apprestano tristi ospizi ai loro abitanti, come chi in sciatte vesti attenda la visita dell’amante, lasciando le chiome al rimestio della notte, e l’accoglie trascinando passi di lacere ciabatte. E’ un puro accidenti l’ordine distratto di scialbe facciate, su filari di piani stancamente reiterato, fino all’ultimo solaio, dritto, stringato, come un finale affrettato d’un romanzo d’appendice. Pure mi piace indovinare la pena che a squadrati abituri sovrappone frivoli ornamenti, esili lesene a legare i balconi, o velette sospese a qualche aggetto, come vecchie crinoline del tempo che fu. E’ l’arte, eversione dalla norma, che a facili soluzioni cerca altre d’una bellezza nuova, ma d’antico criterio, non un vezzo pel capriccio di stupire, ma una risposta attenta a domande di sempre, un discorso che la coerenza conduce ed ammaestra la fantasia, e ad ogni passo indugia in minuzia di particolari, una poesia che cambia peso ad ogni parola, e, quando atteso giunge il finale, proprio allora s’avanza il dubbio, e solo la contingenza ci vieta di ricominciare.