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lunedì, 02 giugno 2008

estetica

 Le case sono libri di pietra, e l’architetto racconta la vita degli altri per come gl’appare, o gli pare dovrebbe in tal modo filare. Così m’incanto dinanzi a grigi casamenti, informi mausolei d’ogni beltà, che rifuggono grazia, e apprestano tristi ospizi ai loro abitanti, come chi in sciatte vesti attenda la visita dell’amante, lasciando le chiome al rimestio della notte, e l’accoglie trascinando passi di lacere ciabatte. E’ un puro accidenti l’ordine distratto di scialbe facciate, su filari di piani stancamente reiterato, fino all’ultimo solaio, dritto, stringato, come un finale affrettato d’un romanzo d’appendice. Pure mi piace indovinare la pena che a squadrati abituri sovrappone frivoli ornamenti, esili lesene a legare i balconi, o velette sospese a qualche aggetto, come vecchie crinoline del tempo che fu. E’ l’arte, eversione dalla norma, che a facili soluzioni cerca altre d’una bellezza nuova, ma d’antico criterio, non un vezzo pel capriccio di stupire, ma una risposta attenta a domande di sempre, un discorso che la coerenza conduce ed ammaestra la fantasia, e ad ogni passo indugia in minuzia di particolari, una poesia che cambia peso ad ogni parola, e, quando atteso giunge il finale, proprio allora s’avanza il dubbio, e solo la contingenza ci vieta di ricominciare.
postato da: narrando alle ore 20:55 | link | commenti (6)
categorie: pensieri, architetture
lunedì, 29 gennaio 2007

Liberty
 Lasciata la piazza dove sciama il passeggio, t’inoltri per sonnolenti quartieri gravati da tristi abituri, alti casamenti d’uniforme grigiore, che s’accavallano in lontananza fino a farsi paesaggio che opprime. Tra questi, anacronistico, assediato tutt’intorno, s’apre lo scorcio verde d’un giardino, e le bouganville intrecciano i rami su un acciottolato ricoperto di muschio, fino ad un piccolo edificio, dove l’edera si fa pietra che sostiene sbalzi e cimase, attornia loggette e strette finestre che chiudono sul paesaggio sdegnose imposte di legno bianco che il tempo screpola impietoso. Dire dove termina il verde e principia la costruzione è impresa immeritevole pari a segnare confine tra realtà e fiaba. Lì t’immagino da sempre, vagante fra i protervi gigli e le sensuali orchidee, che gelose ti contendono beltà. Vedo le tue vesti frusciare tra quei sentieri variopinti, fra gli odorosi pergolati; un giorno ti tratterrò per la cimosa delle tue vesti lievi, e…
 
* si accettano suggerimenti per la chiusa
postato da: narrando alle ore 21:04 | link | commenti (19)
categorie: racconti, le donne, architetture

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