adesso mi capita di vederla assai di rado ed ogni piccolo mutamento mi dichiara minaccioso il suo presidio. Un’ombra di tristezza sul volto, un pensiero ricorrente, che la rende silenziosa e lontana, sono i dolenti testimoni di un amore sbagliato. Vittorini scriveva: “al principio dell’amore di ogni donna c’è una macchia rossa, ed il bene che conta è sempre al di là di questa macchia”. A me pare piuttosto che il bene delle donne sia sempre al di là di un dolore, che la vita chieda loro di pagare assai cara la scelta d’una passione. Queste creature complicate, spesso volubili, seppure talvolta cullano la propria vanità sull’adulazione di eterni innamorati, è pur vero che hanno il coraggio e la follia di imbarcarsi in storie disperate e, con una logica che uccide la ragione, si passano di propria mano una lama tra le carni. Sanno che resterà lì a tormentarle ed ogni suo affondo è un dolce dolore che più le innamora. A sentirle, pare conoscano bene la frode che nasconde questo assurdo sentimento, edulcorato spirito di riproduzione, ma allora perché ne sono le vittime più dolenti?
Si cerca amore rifuggendo più tiepidi affetti, per smania di rodare un cuore anzitempo arrugginito dal tedio, sperando al fine corsa un rifugio di due anime, un manto di sogni da spartirci una vita. Si tace infine che si resta come girandole di velina, esposti ai venti dell’altrui capriccio, una folata già basta a spezzarti le ali, e il tempo della gioia è incerto, s’annebbia di timori, qualche dubbio s’avanza, e domani è più minaccia che promessa, ma poi il dolore è un sicuro compagno, del quale ricordi la venuta ma disperi il commiato, e se infine provi un bilancio, t’accorgi che a lui spetta il primato, un ostinato malanno cui cede piano il cuore, e quel tempo di rassegnazione, che doveva fiaccarne la morsa, ti consegna ad un cronico affanno, un’inedia di gioia che d’un solo pensiero si sfama. Afrodite, sono vane conquiste le province cha assommavano i Cesari, deserti di lacrime, al confronto delle grazie che dispensi al tempo buono del tuo favore; ma quanto presto muti abito al cuore e più non torni, e per chi resta s’appresta un tempo lungo di solitario dolore.
La sera si faceva piano intorno, come un velo ad escludere il mondo, ed oltre il tuo sguardo (finisterre dei miei occhi) il buio celava inutili scene di frettolosi passaggi, offrendoci quella solitudine fittizia ch’è indifferenza d’altri. Per gioco ti piacque disporre i nostri trascorsi secondo l’ordine dei giorni, abbicando date ed eventi come s’appaiano le calze, prammatica faccenda che spesso testimonia cura d’affetti, allo stesso modo donavi quella breve cronologia d’incontri come un vademecum al tuo cuore ed offerta di memoria, che entrambi apprestano simultanea dimora al principio d’un bene, ed, improvvisa come un’epifania, mi sorprese coscienza che già per noi una ricorrenza si compiva, che l’insperato incipit stendeva un lembo di trama, ed assieme si poteva spartire un po’ di passato, tempo che aveva peso per te che ne portavi leggero fardello, mentr’io quel poco in più volentieri l’avrei lasciato in pegno al Monte, ma questo nuovo, che aveva il tuo volto, m’incantava più del futuro che si disegna quando solo i sogni dettano il canovaccio, perché questo aveva in te sostanza e presagio, e nei tuoi occhi cercavo di noi come in un cristallo di negromante; ma allora mancai gl’auspici, e non seppi che già mi facevo ricordo ed appartenevo ad un tempo che non era quello a venire.
Afrodite di petali leggeri, dolce promessa di primavera che non conobbe estate, sul tuo sogno mancato stillo un’ultima lacrima, e un’altra soltanto, acre rugiada d’un lacero cuore. Ora la sorte ti nega al mio sguardo, il tempo le si accorda e sbiadisce un ricordo, ma cerca minuti appigli la speranza, e un piccolo compenso m’avanza ancora, un crepuscolare vezzo, un segno di tardiva fanciullezza: ho offerto dimora alla rosa che mi desti, un vecchio coccio, un palmo di terriccio, e un lembo di verde piano riconquista le foglie; ancora lunge l’anno venturo, ma, sempre che Demetra voglia, a primavera avremo nuova fioritura. A questo tenace ricordo ho dato il tuo nome, una piccola offerta con la quale tengo fede al patto.
La gonna un po’ stretta al ginocchio impone passi brevi alla lunga forbice delle sue gambe snelle, mentre attraversa la piazza nelle ore assonnate del primo meriggio. Il volto affilato e bruno l’eguaglia ad una madonna andalusa, di più adesso che l’abito scuro la fascia alla maniera d’antiche figure che velano il capo di trine all’inizio del sagrato, anch’ella recando la sua prece ad un nume terreno, che più non le accorda grazie per via d’un qualche torto il cui peso dipende dalla stima d’un innamorato, equazione mutevole che sovverte i coefficienti secondo la giornata. Su tale incoerenza fonda le sue speranze, perché l’amore non ha sede tra i pensieri, che sarebbe facile opporne di più ragionevoli e confutarne la tesi, liberandosi così dal sortilegio. Piuttosto s’annida fra lo stomaco e il cuore, con presa tenace, che a strapparlo via si rischia la sorte delle api, alle quali l’altrui offesa costa il pungiglione; allo stesso modo spesso all’altro si concede indulgenza perché s’allevi per noi il danno, e sui piatti della bilancia le sorti si mischiano in un’unica pena. A trovarsela dinanzi, con gl’occhi marcati di scuro, un po’ languidi nell’attesa dell’assoluzione, lo coglie desiderio di quelle licenze che una donna concede all’amato e prescrive al mondo, labbra che si schiudono al riparo d’un intimo convegno, muti, complici assensi. Infine però quello stato d’incertezza che la tormenta e la tiene in bilico, appesa ai fili delle sue decisioni, lusinga la vanità rafforzandone i propositi, per bere fino in fondo quel vino speziato. Così ancora le volge le spalle, affilando scabre parole, quando sente la porta richiudersi piano. Lei serra un po’ lo scollo della veste, prima di prendere a ritroso la sua via crucis, poi con uno sguardo di rassegnata delusione, come facendosi ragione d’una sorte che da lei più non dipende, sussurra all’altro ormai lontano: uè, ma tu a quant ò vinn?
Per lunga assenza d’un affetto, a voltarti indietro t’accorgi che i giorni si sommano in una grigia schiera che tra loro più non li distingui, e i momenti buoni sono appena una tiepida variazione di quel monotono spartito. Ma il futuro accoglie speranze e sussurra una vaga promessa, che già basta a cercare domani, per quella capricciosa mutevolezza della sorte che d’improvviso risolve gl’affanni con insperato prodigio. Invece dopo di te passato e futuro spartiscono sconfortante simmetria, un vuoto che si ribalta e s’infinita, e nel mezzo tu, come l’estemporaneo chiarore del lampo, condanni ad una vana ricerca d’emulazione, che per contrasto ravviva ricordo e dolore. Sa di farsa ogn’ipotesi d’iterazione, povero cuore, che non sai darti il falso bistro dei guitti, il pianto prezzolato delle prefiche e l’impeto breve dei gaudenti, già per te si rabbuiano le luci di scena, mentre insisti il tuo disperato picchetto ad un vuoto verone.
A nulla valgono tutte le parole che ti scrivo, solo un vanitoso gioco di sillabe. Conta il bene che ti porto, che, se anche fosse muto, e tu potessi stenderlo al sole come un manto, la gente passando direbbe: guarda quel buffo uomo, che bell’affetto ha per lei!
Com’è sciocco amore, se, passando per i luoghi che accolsero i nostri incontri, con lo sguardo ti cerco, e orizzonti da sempre noti d’improvviso cambiano volto, ed ognuno racconta qualcosa di te, d’un vezzo che t’accomodava i capelli in tal modo, o della veste a fiori che il tuo passo scuoteva, mentre da cieche distanze ti facevi più nitida e nuova al mio cuore, che t’accoglie da allora come insperata fortuna, e talvolta inciampa nei suoi battiti e smarrisce le sillabe, e, se mi chiedi conto dei miei pensieri, taccio, per non dire che sono comete in periodico orbitare attorno all’idea di te, che mi regali promesse di domani e quieti la smania antica di andare, d’afferrare al volo un qualche predellino verso ignota meta; oramai in tua assenza “altrove” è minaccia di confino.
I ciottoli del lastricato offrono mille inganni al tempo dell’attesa, che stilla un lento veneficio di paure crescenti, un timore d’abbandono come ai cuccioli prima di farsi randagi. Allora separa i conci chiari da quelli più scuri e rintraccia gl’archi che ne disegnano i ventagli, e ne assembla le fila e poi le schiere, ma le lancette conservano un’ostinata postura e lei diserta l’orizzonte. Così è l’attesa dell’innamorato, impaziente eppur generosa, al quale, passata ch’è l’ora fissata al convegno, ogni attimo stringe il cuore in una gelida morsa, ma lui trova ancora tempo da dedicare alla sua bella, ancora quando la somma di quello trascorso assai avanza il buon senso e sconforta ogni speranza. Allora chiede conto alla sorte di mancate promesse che si sfilacciano in questa mesta agonia. In sua compagnia le albe volgevano anzitempo al tramonto, dettando premura di nuovi incontri, e quel che s’era taciuto pareva ancora da dirsi, e mille conferme son poche, se già le labbra mancano l’invito e lo sguardo rifugge altrove, allora le fa voto d’ogni gioia futura che non sia lei, e al suo nume sacrifica il passato, smemorando gl’andati giorni che di lei serbavano ignara promessa, e fra i palmi le consegna un cuore tremante e con mille baci sigilla il dono. Il giorno però cala le cortine sulle sue speranze, che più non scrutano l’orizzonte, e già di lei cercano fra i ricordi.
L’amore è un fortunato accidente, nel quale s’inciampa per liberalità della sorte, e quella tende a serrare bene i lacci della borsa, dispensando più spine che rose, per cui s’intende che il piccolo prodigio merita le cure riservate ai cuccioli, un nido di premure al riparo dagli affanni, e conferme d’affetto che si fa devozione. Taluni però stimano Cupido sia un lesto sensale, a perenne suggello d’ogni buona occasione, e, se per loro la logica ammaestrò i palpiti del cuore, non intendono motivo per il quale altri debbano fare una scelta ineguale, e a contrappeso della stadera pongono affetto ed accese passioni. Per tali ragioni le furono condanna i propri natali, che, incuranti d’ogni convenienza, avevano preceduto di tre anni quelli dell’amato. A lui quell’involontaria premura non pareva un’offesa degna di biasimo, come d’un corridore sleale che avesse anticipato la partenza, ed in fondo lei avrebbe volentieri attardato il passo per consegnargli la staffetta, ma altri protestarono che la norma è saggezza al riparo dalle eccezioni, e s’affrettarono a tirarlo per la manica lontano dall’incauta scelta. I “buoni consigli” ne avrebbero mutato la traiettoria come i nostri sospiri allineano stelle propizie ad uso dei sogni, ma la guerra ebbe più strenue ragioni nel destinarlo ad infinite distanze mai più ricolmate, così lei restò a fissare il proprio cuore, dove s’era formato come un incavo, a perfetto incastro dell’altro, e le parve arduo trovare altrove una pari simmetria, perciò restò in solitudine a sgranare i lunghi anni della sua vita, come un monotono rosario di giorni, e solo quando arrivò all’ultimo “amen”, i familiari scoprirono con sorpresa che i suoi compleanni avevano sempre taciuto un triennio, tardivo, ingenuo rimedio alle passate sventure; ma a quel punto il tempo era affare di chi restava.