Sul Corso ricordo la vecchia farmacia, un ombroso cunicolo la cui fondazione avresti detto anteriore al palazzo che l’ospitava; un museo di droghe nella vecchia rastrelliera che tassellava la parete di fondo fra lignei riquadri, ciascuno recante il proprio nome su targhette dorate, e le vecchie assi di quell’alveare mandavano intorno sentore di tempo passato, e di quello ch’era rimasto, impregnato fra l’impiantito e il soffitto, ammuffito nelle ceramiche d’ampi albarelli, sola cromia a sfidare la penombra. Riscopro questo ricordo come in autunno si trova il danaro lasciato nelle tasche del paltò, ma spendere questo è più complicato, ora che la vecchia bottega è sparita da tanto, che più non so indovinarne la dimora fra quelle nuove che si sono accampate. Cerco allora i miei capisaldi, ma anch’essi ne hanno seguito la sorte. Le insegne dell’infanzia si sono perse in qualche vecchia madia a raccogliere la polvere del soffitto, gli fanno compagnia i giochi ed un bel po’ di sogni, lugubre comitiva della quale non conviene spezzare il letargo. Ora gl’anni sono ancora lungi dal richiamare indietro lo sguardo, ch’è volto alle speranze (sorelle del domani), ma questo mio paesaggio d’infanzia resta precluso a quanto vennero dopo, narrarlo non serve, il lettore ordisce errate scenografie, solo chi ne fu testimone conserva per sé fedele ritratto. Così dunque funziona: il tempo si dichiara in ricordi elitari.