“Nun ten sciort!”1, perché la fortuna, ch’era incolore per i latini, qui nasce rosa, a compenso d’un intorno che s’offre a fatica e chiede il favore degli eventi perché la faccenda abbia gioco, mentre lui, che da sempre imbastiva dovizia d’imprese, l’accoglieva una sorte dispettosa che puntualmente lo rispediva al capolinea, e n’avrebbe fatto un cruccio duro a passare, se avesse provato un bilancio, ma quello ne usciva ogni volta più leggero, come chi, partendo con poco bagaglio, l’offre in dono prima del ritorno; allo steso modo, per ogni sogno mancato, cadeva una zavorra di timori e si faceva ragione che, ruzzolando su accidentati precipizi, sono le aspettative a farci gravi e accrescere il danno. Per questa levità di cuore gli sortiva un fare da guitto che tutto volgeva al sorriso, ed offriva a sé, prima che agl’altri, la lima dello scherno che smussa picchi d’orgoglio ed infine c’affratella. Quella mattina l’alba faticava a scrollarsi di dosso le prime foschie, e trovava un grigio riflesso nei volti assonnati che di malavoglia s’affacciavano al giorno, allora, atteso che l’apprendista gli porgesse il caffè, si rivolse a lui con voce querula, come certe donne il cui universo pare implodere ad ogni minuzia, e gli chiese “Scusa, si potrebbe avere una tazzina col manico a destra?”, e mentre quello s’affaccendava a cercare d’intorno, molti trovavano un principio di buonumore a capo d’un lungo giorno.
1 non ha fortuna