Sul Corso ricordo la vecchia farmacia, un ombroso cunicolo la cui fondazione avresti detto anteriore al palazzo che l’ospitava; un museo di droghe nella vecchia rastrelliera che tassellava la parete di fondo fra lignei riquadri, ciascuno recante il proprio nome su targhette dorate, e le vecchie assi di quell’alveare mandavano intorno sentore di tempo passato, e di quello ch’era rimasto, impregnato fra l’impiantito e il soffitto, ammuffito nelle ceramiche d’ampi albarelli, sola cromia a sfidare la penombra. Riscopro questo ricordo come in autunno si trova il danaro lasciato nelle tasche del paltò, ma spendere questo è più complicato, ora che la vecchia bottega è sparita da tanto, che più non so indovinarne la dimora fra quelle nuove che si sono accampate. Cerco allora i miei capisaldi, ma anch’essi ne hanno seguito la sorte. Le insegne dell’infanzia si sono perse in qualche vecchia madia a raccogliere la polvere del soffitto, gli fanno compagnia i giochi ed un bel po’ di sogni, lugubre comitiva della quale non conviene spezzare il letargo. Ora gl’anni sono ancora lungi dal richiamare indietro lo sguardo, ch’è volto alle speranze (sorelle del domani), ma questo mio paesaggio d’infanzia resta precluso a quanto vennero dopo, narrarlo non serve, il lettore ordisce errate scenografie, solo chi ne fu testimone conserva per sé fedele ritratto. Così dunque funziona: il tempo si dichiara in ricordi elitari.
Si cerca amore rifuggendo più tiepidi affetti, per smania di rodare un cuore anzitempo arrugginito dal tedio, sperando al fine corsa un rifugio di due anime, un manto di sogni da spartirci una vita. Si tace infine che si resta come girandole di velina, esposti ai venti dell’altrui capriccio, una folata già basta a spezzarti le ali, e il tempo della gioia è incerto, s’annebbia di timori, qualche dubbio s’avanza, e domani è più minaccia che promessa, ma poi il dolore è un sicuro compagno, del quale ricordi la venuta ma disperi il commiato, e se infine provi un bilancio, t’accorgi che a lui spetta il primato, un ostinato malanno cui cede piano il cuore, e quel tempo di rassegnazione, che doveva fiaccarne la morsa, ti consegna ad un cronico affanno, un’inedia di gioia che d’un solo pensiero si sfama. Afrodite, sono vane conquiste le province cha assommavano i Cesari, deserti di lacrime, al confronto delle grazie che dispensi al tempo buono del tuo favore; ma quanto presto muti abito al cuore e più non torni, e per chi resta s’appresta un tempo lungo di solitario dolore.
Prendeva commiato assieme al mattino, quando il meriggio si destava nell’acceso giorno; fino ad allora era fra gli scaffali della biblioteca, nervosamente cercando, sfogliando pagine come dovesse venirne fuori la mappa per Eldorado, come v’avesse lasciato un documento e, perso memoria, gli fosse premura ritrovarlo, e in quel peregrinare l’accompagnava un mugolio, un continuo discorrere a labbra serrate, tanto che ne venne leggenda di vecchie formule d’alchimia rimestate in cerca della pietra filosofale, come un solitario Raimondo di Sangro cui unico feudo era quel banco di lettura che nessuno gli contendeva, lasciandogli per compagni i suoi triti pensieri. Conobbi quel luogo a periodi alterni, soverchiando le assenze sulle rade soste, ma nel tempo lo seppi presente più che gl’arredi, che pure talvolta mutavano e sparivano verso altri ripari, lui restando nella sua rocca solinga. Ma nel silenzio irreale d’un pomeriggio diserto, in una quieta fatta per il sonno e l’amore, taluni cedendo a quell’invito, sonnolenti tesisti di buon’ora chini sulle carte i primi, gl’altri matricole innamorate sussurranti tenerezze col brusio serrato cui le vecchie affidano il rosario, ed a tratti schiocchi di baci ed improvvisi allontanamenti; nel mezzo di quella quiete, come sospesa e precaria sull’orlo d’uno schianto, ci scosse la sua voce, nuova e inattesa, che riversava intorno un vano turpiloquio. Sapemmo allora che tutte quelle parole, avidamente trangugiate, l’avevano avvelenato dentro come un latte avariato.
Il vento portò fin tra le fronde del giardino la notizia che il mare s’era perso fra cattivi pensieri e, scurito di quelle malinconie, rimuginava bianche spume parlottando lungo la costa. Il piccolo legno si torceva già al riparo della murata, e ad ogni onda un brivido ne provava le assi che scricchiolavano rollando. Nessuno savio avrebbe cercato i favori di Nettuno quella mattina, ma più dolci acque avevano già preso parte del mio sangue, e mi pareva bastante tributo, di più l’idea di languire nelle bettole del molo recava uno sconforto di morte, che per contrasto la nera signora offriva le lusinghe d’un lungo viaggio. Quelle tane opprimevano il cuore alla luce risicata di vecchie lanterne, mentre la bufera ad ogni istante mutava spettrali lucori, un chiarore d’anime dannate, ch’al confronto impallidivano i fantasmi d’ebbri racconti d’osteria. Fra l’annodare storie assieme ai vecchi pescatori, ancorati al lume del focolare, ed essere mozzo nella ciurma di Caronte, scelsi l’ultima, ma non fu gran pena, giusto l’acredine d’un ultimo sorso, poi era già il silenzio, infine giungemmo in porto, l’unico possibile per noi.