La gonna un po’ stretta al ginocchio impone passi brevi alla lunga forbice delle sue gambe snelle, mentre attraversa la piazza nelle ore assonnate del primo meriggio. Il volto affilato e bruno l’eguaglia ad una madonna andalusa, di più adesso che l’abito scuro la fascia alla maniera d’antiche figure che velano il capo di trine all’inizio del sagrato, anch’ella recando la sua prece ad un nume terreno, che più non le accorda grazie per via d’un qualche torto il cui peso dipende dalla stima d’un innamorato, equazione mutevole che sovverte i coefficienti secondo la giornata. Su tale incoerenza fonda le sue speranze, perché l’amore non ha sede tra i pensieri, che sarebbe facile opporne di più ragionevoli e confutarne la tesi, liberandosi così dal sortilegio. Piuttosto s’annida fra lo stomaco e il cuore, con presa tenace, che a strapparlo via si rischia la sorte delle api, alle quali l’altrui offesa costa il pungiglione; allo stesso modo spesso all’altro si concede indulgenza perché s’allevi per noi il danno, e sui piatti della bilancia le sorti si mischiano in un’unica pena. A trovarsela dinanzi, con gl’occhi marcati di scuro, un po’ languidi nell’attesa dell’assoluzione, lo coglie desiderio di quelle licenze che una donna concede all’amato e prescrive al mondo, labbra che si schiudono al riparo d’un intimo convegno, muti, complici assensi. Infine però quello stato d’incertezza che la tormenta e la tiene in bilico, appesa ai fili delle sue decisioni, lusinga la vanità rafforzandone i propositi, per bere fino in fondo quel vino speziato. Così ancora le volge le spalle, affilando scabre parole, quando sente la porta richiudersi piano. Lei serra un po’ lo scollo della veste, prima di prendere a ritroso la sua via crucis, poi con uno sguardo di rassegnata delusione, come facendosi ragione d’una sorte che da lei più non dipende, sussurra all’altro ormai lontano: uè, ma tu a quant ò vinn?
Vi si giunge come all’imbarco, ciascuno col suo bagaglio d’emozioni, qualche cruccio, una malinconia, molesti accidenti dell’umore dei quali la sorte non si fa mai avara, o talvolta un sorriso, strascico d’una gioia recente, che indugia sulle labbra e fa il cuore leggero, ma poi il buio rapisce sembianze e ci lascia soli con pensieri che già dissolvono nel crescendo della sigla, e dietro di noi un mozzo discreto ritira la passerella che ci portò a bordo, oramai le ancore sono levate, e gl’affanni di prima agitano inutili saluti dalla banchina, il nostro sguardo è all’orizzonte, oltre il telo di luce che inghiotte veloci fantasmi, e siamo nella tregenda d’accesi duelli, nel turbine di sabbia che il galoppo agita fra piani deserti, Semiramide ci offre labbra di passione, ma non temiamo la sua vendetta, battono i nostri palpiti un ritmo più lento del suo, e ne teniamo lo sguardo finché s’arrende a languidi abbandoni. Il mondo gira in sincrono a levigate passioni, una provvida sorte imbastisce coincidenze a favorire l’imprese, e il cuore s’allevia d’inutili zavorre e si scopre ardito, agile il passo, e la vita è un azzardo facile da tentare, mal che vada, c’è sempre un lieto fine. E gl’innamorati che si baciano al buio della sala? Quelli scrivono da sé la propria trama.
Il ricordo è la leggenda di ieri, la storia s'è persa nelle contingenze.
Variamente s’arrossa per rugginose falde che pungono il cielo e laterizi d’alte muraglie d’affacci avare, come un velluto, il giorno che avanza la scuote e ne cambia colore. Ma a sera, fra l’arcate dei ponti, volge un commosso saluto al sole che arretra, e il tevere è un’unica lacrima fra cigli di pietra.
Di sotto, per la strada un brusio mi richiama dal sonno con voce d’adunata, il serrarsi pigro d’una sparuta schiera arranca nel mattino ancora silente che si cede al riposo, uno sguardo indugia agli usci serrati che celano attardati sogni, s’avanza il dubbio se sia lecito muovere l’attacco nell’ora che per altri diserta la veglia, ma d’improvviso li scuote un segno, il guizzo d’un ligneo stiletto ricompone le fila, e riluce fiera la cromatura dei fiati, si tesano le frange alle giubbe, e la banda parte a colpi di tre quarti.