Per lunga assenza d’un affetto, a voltarti indietro t’accorgi che i giorni si sommano in una grigia schiera che tra loro più non li distingui, e i momenti buoni sono appena una tiepida variazione di quel monotono spartito. Ma il futuro accoglie speranze e sussurra una vaga promessa, che già basta a cercare domani, per quella capricciosa mutevolezza della sorte che d’improvviso risolve gl’affanni con insperato prodigio. Invece dopo di te passato e futuro spartiscono sconfortante simmetria, un vuoto che si ribalta e s’infinita, e nel mezzo tu, come l’estemporaneo chiarore del lampo, condanni ad una vana ricerca d’emulazione, che per contrasto ravviva ricordo e dolore. Sa di farsa ogn’ipotesi d’iterazione, povero cuore, che non sai darti il falso bistro dei guitti, il pianto prezzolato delle prefiche e l’impeto breve dei gaudenti, già per te si rabbuiano le luci di scena, mentre insisti il tuo disperato picchetto ad un vuoto verone.
Ogni appuntamento è una condanna, no, non sto parlando d’amorosi convegni, voi sempre a cercare romanticherie, intendo un qualunque incontro che fra due si stabilisce per i più vari motivi. Quale che sia la cagione, un vostro primato di puntualità vi sarà condanna d’una snervante attesa, ch’è quello stato d’indefinito, come di chi se ne stia in precario equilibrio su un filo teso ad un palmo da terra, tempo che s’impiglia in piccoli dilemmi, quali la ricerca d’un’opportuna dimora alle proprie mani, che d’improvviso paiono vistose, importune appendici che cercano requie dentro e fuori dalle tasche, ed ogni passante ricerca, con curiosità da comari, il motivo della nostra sosta, ed infine dallo sguardo bieco che ci offre, sembra averlo indovinato in loschi affari. Possibile soluzione è attardarsi tanto da invertire le sorti e dell’altro garantirsi la presenza al momento del nostro arrivo; nel mentre però ci rode un giusto rimorso, un senso di mal’impresa che vi conduce ad un accorata fretta, finché con premura riguadagnate l’anticipo a lungo evitato. Insomma, la sorte ci condanna per quell’arrogante tentativo d’imporre ordine alle leggi del caso, forse bisognerebbe lasciare che ogni cosa accada da sé, quando vuole, se l’aggrada.
Come a te piacque, li accolse una sola catasta, tutti i giorni buoni e quell’unico sbagliato, e lasciasti ardere al fuoco del tuo dispetto, una cupa vampa in fondo alla pupilla, e le parole mutano segno e c’imbastisci dolorosi offendicula ai quali appicchi il mio cuore, e per me prepari un bagaglio fatto della tua assenza. E’ un segreto che conosco, ma non trova udienza, perché ciascuno scopre tardi che il tempo è un inganno, dapprima blandisce l’ira, ma poi trama rimpianti.
A nulla valgono tutte le parole che ti scrivo, solo un vanitoso gioco di sillabe. Conta il bene che ti porto, che, se anche fosse muto, e tu potessi stenderlo al sole come un manto, la gente passando direbbe: guarda quel buffo uomo, che bell’affetto ha per lei!