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lunedì, 25 maggio 2009

travaglio

 Il sole di maggio ha la tenacia dei bimbi, e dopo avere scalpitato per tutto il meriggio arroventando l’aria, all’affacciarsi della sera, già si fiacca in blandi tepori, e cala un roseo sipario sul giorno che appresta il ritorno per ciascuno al proprio occidente. Accoglie quel tramonto il piccolo chiosco che fronteggia lo svincolo, un precario riparo che risolve la vita d’un uomo garbato, aduso al mutare delle stagioni che gli versano addosso gelidi scrosci d’inverno come la canicola d’agosto, ma quello se ne cura quanto farebbe un larice o un pino, che all’occorrenza dei venti china il capo e poi lo tende al sole che ne indora le chiome, né si preoccupa di mutare livrea al mietersi d’altrui foglie quando l’aria s’infredda, e parimenti s’arride di fronde civettuole che a primavera si vestono di petali nuovi. Come un albero, l’uomo ha piantato piano le proprie radici contro il capriccio della sorte e dei simili, ed ora appresta un opportuno ricetto alle sue mercanzie, volgendo altrove il pensiero: al riparo che l’attende fra le mura di casa, e ogni gesto si compie da sé, lasciandogli l’agio di consumare anzitempo il ritorno; ma in quella quiete un ragazzo sbuca da un’auto in corsa (da un agio d’altrui fattura, dal conforto di lontani affanni), e grida all’uomo un’offesa che si distorce nella corsa del mezzo. Mi scuote quell’urlo, prim’ancora di capirne il senso, nel timore d’un triste annuncio, quali la strada è solita dare, ma mi accorgo invece che l’altro pare non avere sentito e continua l’opera sua, indifferente come cert’alberi lo sono al mutare delle stagioni.
postato da: narrando alle ore 22:00 | link | commenti (8)
categorie: racconti
lunedì, 18 maggio 2009

trapezio

 Con levità accade che la sera si spogli del manto greve dei rigori di brumaio, e s’indugi per le vie e le piazze senza necessaria ragione, attardandosi dove un brivido sconsigliava la sosta, accogliendo quest’aria cheta che più non arrossa le gote, ma scopre spalle e riempie panchine di capannelli festosi. Con sorpresa accade che la malia s’avvolga attorno ad aerei sostegni che accolgono giochi di trapezio e ardite figure, e inverte gravità, ciondolando piedi all’aria, con le gonne che le si rimboccano sul capo, come le campanule anzi l’alba gravate dal peso della brina, ed un’improvvisa fioritura la scopre rossa in volto e lieta d’insperati consensi; armeggia allora nella pochette che tiene stretta al polso, e lasciandosi dondolare sulle note del finale, quasi languida nell’ondeggiare indugiante delle funi, n’estrae variopinti petali che lascia cadere su noi, come ultimo omaggio all’incanto che ci tiene, a sguardo fisso, ciascuno cullando un aereo sogno.
postato da: narrando alle ore 22:48 | link | commenti (2)
categorie: le donne
lunedì, 11 maggio 2009

le belle di stagione

 Tornarono con Proserpina le sue compagne, nel lungo inverno rapite in pesanti vesti, attesero che i campi schiudessero minute corolle, e con esse fiorirono sottane leggere, prodighe di seducenti vedute, come le vie di costiera, che ad ogni curva indugi a rimirare il paesaggio, allo stesso modo il capo si volge al passare delle belle, possibili diurne comete, la cui rotta insidi con cortesi saluti, sperando la chiglia s’areni ai tuoi lidi. La felicità è una digressione dalla rotta stabilita.
postato da: narrando alle ore 21:50 | link | commenti (5)
categorie: le donne
lunedì, 04 maggio 2009

vent’anni

 Primavera riottosa si nega dietro un grigio manto che scirocco insidia e scuote, ed allora a tratti miraggi di bella stagione assolano le strade ed illudono petali ansiosi di nuova fioritura. Ma oggi l’aria si screzia d’una pioggia sottile, che insiste grigiore sulle nostre malinconie, ed ogni affanno si fa più greve e pesa sul cuore nostalgia dei perduti giorni ed ostinato malumore che non cerca ragioni e c’assale fra le pieghe d’un ricordo. Per tali scioccherie si passa al tempo che gl’anni ci strappano all’infanzia e ci presentano la vita fra ignoti batticuori ed immotivate mestizie, e più d’un giorno ci trova chiusi in un broncio ostinato a fissare muti il torcersi dei nembi, come scuro lievito che gonfia e smuove i nostri malumori, scrutandone il moto in attesa d’afferrarne un lembo, come s’aggancia il predellino del tram, e fuggire a ritroso nel vano abbraccio del tempo che mai venne e che più c’incanta. In un simile rovello qualcuno mi sorprese e disse, parlando a sé, come sempre accade quando si cerca un cattivo auditorio, “avere vent’anni e non saperlo, dolce incoscienza che allieta i giorni”.
postato da: narrando alle ore 21:26 | link | commenti (12)
categorie: pensieri

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