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lunedì, 27 aprile 2009

Ulisse

 E’ negli affetti benigna miopia che omette i dettagli di giorni inclementi, così non so il tempo che a mia madre muta aspetto, ed è tempo comune che ad ogni alba ci ritrova, ma io non distinguo tra la giovane donna che m’accomodava il bavero del cappotto e ricomponeva le chiome, e questa che a stento trattiene quegli stessi gesti. Sarà che non muta lo sguardo che m’accompagna alla soglia, ma il suo già chiama il ritorno, mentre io ho vaghezza d’esilio, d’orizzonti ignoti che dipingono con altre tinte questo stesso sole, e a nulla vale la rossa coltre che sovente a sera accoglie il tramonto nella cornice delle imposte e protesta il suo primato di beltà su lontane malie d’altrove. Nei cortili che proteggono il gioco dei bimbi, al tempo che per loro s’aliena la strada, nulla di più ne richiama lo sguardo di quel varco che s’apre oltre l’ombrosa volta dei portoni, e di fuori reca festose chiamate alle armi; e s’infigge il volto alla grata, a carpire i segreti di quel mondo negato. Non mutano gl’anni quella fronte protesa, ne arretrano forse la scriminatura e segnano qualche ostinata piega, ma ancora ci pungola la stessa smania d’andare, ché le strade battute recano triti nomi, come d’una novella a lungo cantata, che per eccesso diviene invisa; in ogni dove ritroviamo quel chiaro spiraglio, che tutto il resto rabbuia e a sé c’attira con sciocche lusinghe, come si convincono i ragazzi alla leva e i mozzi al mare, ma poco male, il sogno ripaga i pacati rimorsi, un rimpianto sarebbe eccessivo fardello.
postato da: narrando alle ore 21:29 | link | commenti (3)
categorie: pensieri
lunedì, 20 aprile 2009

input

 La vita a volte s’addensa in una piccola frase, non un aforisma, ch’è nella sua sintesi compiuto, ma uno stralcio senza capo né coda, perché ancora m’innamora la donna con la quale incrocio la rotta e lo sguardo, ma non il destino e, poi ch’è passata, e più non la vedo, il suo profumo indugia ai miei sensi e già ne abbellisce il ricordo, e di lei immagino parole non dette e trecce calate dalla torre diruta. A questo gioco di sogni m’attardo e riduco alla fiaba il grigiore dei giorni, e nella schiuma che rivolve la riva fioriscono storie di bucanieri, e misteri d’intrigo in ogni sguardo furtivo. Così il picco dei giorni dimora in una frase breve e irrelata, perché tale è la vita, che richiama lo sguardo e altrove rifugge, e nell’incompiuto è margine alla fantasia e fascino d’ignoto, sono i prigioni che si scrollano di dosso abbozzi di forme e alla luce tendono membra incerte. Più definiti profili ci consolano del bozzolo di sogni che ancora c’accompagna, ma tra realtà e follia s’apre un varco che talvolta fiorisce beltà d’insperata armonia.
postato da: narrando alle ore 22:03 | link | commenti (2)
categorie: pensieri
lunedì, 13 aprile 2009

la sorte

 La sorte vive nella buca del suggeritore, non stende trame, ma fornisce gli spunti; la fortuna è un piano lastricato ad accogliere i passi, a noi spetta imboccare la via, il rischio maggiore non è l’agguato di sconnesse riggiole che tramano l’inciampo, abbiamo ginocchia buone a ruzzolare, e si tingono di rosso con la facilità con la quale imbiancano le chiome, una blanda allerta che l’umida benda ricaccia. Maggiore minaccia è lo sconforto che ci siede al bordo della strada a guardare la meta allontanarsi anziché consumare tra noi la distanza, e il viaggio diviene lenta deriva che urta indolente piccoli scogli, e oltremodo se ne duole per quell’uso perduto di rabberciare lo scafo e lesto riprendere il largo. La saggezza degli anni è nella quieta coscienza che la strada è spesso sconnessa, e non puoi evitare tutti i fossi, ma alla fine d’accidentati viaggi, c’è sempre un approdo al quale attraccare.
postato da: narrando alle ore 21:24 | link | commenti (8)
categorie: pensieri
lunedì, 06 aprile 2009

Laviano 1981

 Per le storie che taluni ne recavano da raggelati ritorni, come dalle sponde dello stige, di più per ciò che si taceva, volgendo a noi lo sguardo ed invocando per l’infanzia asilo d’ogni mestizia; per questo scomposto mosaico, quel paese aveva meritato un posto tra i fantasmi della mia infanzia, spartendo la poca memoria con quanti vidi fuggire dietro un grido che non capivo, e che la buona sorte lasciò privo di conseguenze; ma dopo qualche tempo fu il caso a condurmi all’origine del mistero, e quell’incosciente paura ebbe un volto livido, appena svoltato l’angolo sulla piazza, che un tremito aveva ampliato oltre i vecchi confini, fin dov’era sedime d’altre mura non più ritte. Di fronte si parava un edificio, sfettato come una casa di bambole, offriva all’aria le monche stanze ancora ingombre di masserizie, e le armature, tranciate allo stremo dello sforzo, s’arricciavano alle travi come i nastri che si fanno addobbi, e tutto quanto è celato e ignoto tra le nostre mura, lì guadagnava una spettrale ribalta, e mi tornavano alla mente le carcasse dei cani sventrati in mezzo alle strade, ed un orrore di violata intimità consegnava quel luogo ai miei ricordi, che si ridestano oggi, ed empatia rinnova lo stesso brivido e stringe alla gola.
 
Oggi era previsto l’appuntamento con l’esperimentino mensile di scrittura collettiva, ma credo si possa assieme rivangare qualche ricordo nel quale ritrovarsi uniti (oggi come allora), da Belluno a Caltanissetta, nell’italico spirito fraterno.
postato da: narrando alle ore 21:49 | link | commenti (16)
categorie: ricordi

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