Per le storie che taluni ne recavano da raggelati ritorni, come dalle sponde dello stige, di più per ciò che si taceva, volgendo a noi lo sguardo ed invocando per l’infanzia asilo d’ogni mestizia; per questo scomposto mosaico, quel paese aveva meritato un posto tra i fantasmi della mia infanzia, spartendo la poca memoria con quanti vidi fuggire dietro un grido che non capivo, e che la buona sorte lasciò privo di conseguenze; ma dopo qualche tempo fu il caso a condurmi all’origine del mistero, e quell’incosciente paura ebbe un volto livido, appena svoltato l’angolo sulla piazza, che un tremito aveva ampliato oltre i vecchi confini, fin dov’era sedime d’altre mura non più ritte. Di fronte si parava un edificio, sfettato come una casa di bambole, offriva all’aria le monche stanze ancora ingombre di masserizie, e le armature, tranciate allo stremo dello sforzo, s’arricciavano alle travi come i nastri che si fanno addobbi, e tutto quanto è celato e ignoto tra le nostre mura, lì guadagnava una spettrale ribalta, e mi tornavano alla mente le carcasse dei cani sventrati in mezzo alle strade, ed un orrore di violata intimità consegnava quel luogo ai miei ricordi, che si ridestano oggi, ed empatia rinnova lo stesso brivido e stringe alla gola.
Oggi era previsto l’appuntamento con l’esperimentino mensile di scrittura collettiva, ma credo si possa assieme rivangare qualche ricordo nel quale ritrovarsi uniti (oggi come allora), da Belluno a Caltanissetta, nell’italico spirito fraterno.