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sono un mercante di fole, il vostro sorriso è la mia sola moneta

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lunedì, 30 marzo 2009

a spasso col nonno

 S’era attesa una giornata di sole, mite di primavera inoltrata, calda e lasca di venti, una mattina di quelle che rinnegano l’inverno trascorso e guardano ai campi e più oltre alle spiagge, e le mura di casa gravano addosso come un manto che raggela. Da tale fardello lo trassi secondo accordi per renderlo alle carezze d’aprile, perché gl’anni, sommandosi al capo degl’uomini, spartiscono i mesi dell’anno secondo convenienza, e taluni li preferiscono e frequentano, mentre rifuggono gl’altri per le cattive maniere che si fanno moleste nei sibili di tramontana come nell’afa d’assolati meriggi, e per tale setaccio si resta impigliati alla cura dei lari, e lungamente reclusi fino a ritrovarsi stranieri per le strade che lentamente c’invecchiano. Restammo un po al terrazzo del caffè, e più d’uno, riconoscendolo, venne a salutarlo, rendendo omaggio alla cortesia di chi, senza vantare grand’imprese, s’era portato onestamente per il lungo cammino d’una vita, senza scalzare nessuno, ma spesso cedendo il passo a chi più arrancava, ed ora se ne stava lieto d’ogni palmo che gli premeva la spalla per richiamarne l’attenzione ed offrirgli un sorriso. Pensò che, dopo essere stato preda di sciocchi malanni, finalmente era lui a far visita al mondo, il quale godeva della stessa buona salute che mostrava ai tempi della sua giovinezza, e sperò che fosse un po contagiosa, ora ch’erano tanto da presso. Invece la sorte per ripicca gli riservò una lunga clausura; ma ogni volta che l’incontravo, stendeva progetti per la prossima uscita, che lui sapeva incerta, ma ad entrambi piaceva credere il contrario.
postato da: narrando alle ore 21:56 | link | commenti (3)
categorie: ricordi
lunedì, 23 marzo 2009

fraintendimenti

 Lo schermo s’affolla di fitti grafemi, come un ampio esercito dalla nera livrea, sterminato eppur pacifico, dispone in bell’ordine le sue schiere: s’affiancano le similitudini alle metafore, più defilate quest’ultime, sempre pronte ad armare versi, avanzano al seguito dell’artiglieria pesante degli ossimori, che soleva all’orizzonte ampie zolle di logica, e già parte la carica delle lievi rime, la cui corsa agita stendardi di florilegi contro il sibilo dei colpi nemici; e di fronte grigie compagini di vuote parole, ed io scivolo su sdrucciolevoli sillabe che nascondono il proprio senso, e per assurdo questo cantuccio di sciocche fole diviene rifugio di follia al riparo dall’oscure ragioni del mondo.
postato da: narrando alle ore 21:32 | link | commenti (8)
categorie: pensieri
lunedì, 16 marzo 2009

cuore di mamma

 Anche l’amore materno, che si pretende cieco e prodigo d’immeritate virtù, talvolta ravvede e prende l’esatta misura alle proprie speranze, ma non muta la meta, solo rincara gli sforzi, come pestando il pedale all’approssimarsi della salita, issati sulle punte, sperando la china ceda prima delle forze. Per questo con lo sguardo sostiene il piccolo ciclista, al cui mezzo furono amputati i sostegni e reso all’equilibrio precario d’un incerto giroscopio, e se quello fallisce, le sue braccia forniscono amorevole supporto che riguadagna l’asse ed incoraggia nuove prodezze. Così s’inseguono i tentativi, ma invano, ché infine il bimbo sbotta in un pianto deluso e le sue labbra apprendono l’assenzio della sconfitta, un acre sapore per il quale la madre non ha dolciumi a sufficienza, e lei lo sa e se ne strugge, però lo prega d’un ultimo sforzo, e, atteso ch’egli sia montato in sella, al riparo dai suoi occhi ne sostiene la corsa, come prima facevano le piccole ruote smontate di fresco, e lo segue rossa in volto, finché sfinita ne accoglie tra le braccia le grida d’esultanza, e lo stringe al petto come meritata ricompensa alle proprie fatiche. Non ci sono prove da superare, è lui il suo premio.
postato da: narrando alle ore 21:52 | link | commenti
categorie: le donne
domenica, 08 marzo 2009

donna, mistero senza fine bello

 Lungamente celarono misteri nel frusciare delle gonne, e il tempo consolida segreti cui ti danno parziale accesso, poi il sorriso s’adombra in una piega più cupa del volto, e gl’occhi pongono infinite distanze a riparo dei pensieri. Saperne gl’umori, come il palco oltre le quinte, e tentarne il varco è impresa che soverchia l’amore e chiede pegno di devozione, diversamente si resta alle soglie del cuore, ignoto ingranaggio che armeggi maldestro, misconosciuta pietra filosofale, ma per errore trasformi l’oro in pianto, e non era nei piani raccogliere tra le mani i poveri cocci, e rabberciare il bel gioco in forme più aspre, ma non siamo avvezzi alla gioia, e c’urtiamo contro fino a sentirne addosso le schegge, puntute lamelle che tagliano la pelle, e nel dolore ci rendono a lidi più noti. Sulle vostre labbra è traghetto d’eliso, ma noi c’impantaniamo alle rive dello stige, e fu soverchia impresa trarci alla luce, più spesso c’incontriamo a mezza via, fra dolenti lacrime di gioia.

Con i migliori auguri alle belle d'ogni latitudine, ma solo alle belle, che sono la totalità :)

postato da: narrando alle ore 18:42 | link | commenti (12)
categorie: le donne
lunedì, 02 marzo 2009

il professore

 Napoli accoltella o affratella, in entrambi i casi prende alle viscere, e lì s’annida nei figli suoi, ed imprime un marchio che di continuo riaffiora, nel vociare di Piazza mercato, come alle più opposte latitudini, in quella lingua ch’è canto di posteggia e minacce di guappo, e conserva un presidio anche fra i lumi dell’ateneo. Così il professore, ch’era oriundo ad un passo da casa, ammaestrava la sua voce roca come un ringhio bonario, nettandola dai patri accenti come s’allinda un bimbo per la messa della domenica, ma quella di continuo ruzzolava nell’amato idioma, che in poche sillabe racchiude interi discorsi, ed anche quando, alla fine d’esami pietosi, in ogni modo rabberciati e ricomposti per quella benevolenza che ci riconosce esposti tutti agli stessi capricci della sorte, quando proprio mancavano appigli ai quali ancorare un diciotto, lui, ch’io seppi sempre privo di prole, sortiva con un afflitto “Bell’a papà, nun ce stann santi à appenne”1, e l’altro stemperava un po d’amaro nella sorpresa per un giudizio tanto singolare. Altri ho poi visto, con più corretta dizione, declinare la loro poca umanità in freddo rigore di modi.
 
1) Bello di papà, non ci sono santi ai quali appellarsi
 
Con questo post inizio la serie narrandinsieme, ogni primo lunedì del mese dei piccoli incipit ai quali l’avventore è invitato a dare seguito in un simpatico gioco di scrittura collettiva
VENGHINO SIGNORI, VENGHINO :)
postato da: narrando alle ore 21:44 | link | commenti (14)
categorie: narrandinsieme

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