Stagione d’albe tardive, assonnate fra le brume d’eterni scrosci, e torbida foschia che la notte trascina al suo commiato, stamane ha velato di nembi il picco del colle, e lacrima una pioggia fine, rada nelle veloci traiettorie, che in controluce traversano l’orizzonte e s’annunciano alle pozze sulla strada. Per contrasto e per dispetto s’avanza il ricordo dei pomeriggi d’estate, che t’impegnavano alla cura del giardino, e t’arrossavano le gote come gl’amori novizi, che sussultano al trovarsi delle mani. Al ritorno petali tra le chiome, e uno sbuffo di terra ombreggia le tempie, accaldata e scomposta, sei una driade che si trae alla sua scorza, e t’imperla la fronte sensuale rugiada e maliziosi pensieri, che socchiudono sguardi d’intesa, ed un sorriso attenta il precario equilibrio dei sensi. Beltà in te si veste d’edera e di fieno, del bruno riflesso dei tuoi occhi d’ambra, che ignorano il belletto, e s’offrono languidi alle carezze del meriggio, e se mi torni alla memoria in questi livori d’inverno, è perché sei come l’iride, che ora si diparte dai coppi sconnessi del vecchio borgo e ritaglia un’ostinata striscia di colore nel grigio dei nembi, parimenti il tuo ricordo scansa le ugge del mio malumore, e il cuore di nuovo rasserena.