Rammento un vecchio filibustiere, uno al quale s’accordava simpatia come il desiderio alle sciantose, di lingua lesta ma garbata, t’avesse detto le cose peggiori, non gl’avresti serbato rancore, che alla fine rimestava le parole con un sorriso ruffiano, quasi a dire “la sorte mena un po’ tutti per la manica, non prendertela a male!”. Assieme alla moglie spartiva gl’oneri e i molti onori d’una buona bottega, e col tempo, ch’ad entrambi aveva ingrigito le chiome, proprio quando la rada beltà prendeva a farsi incerta sul volto della donna, lui s’era inventato di chiamarla “Bella mia”, sempre, quasi più non avesse nome, le offriva quel titolo nell’allegrezza, che gl’era congeniale, come nei pochi dissidi, che presto scordava con opportuna amnesia. Lei gli rendeva uno sguardo disincantato a protestare la sua credulità, ma un sorriso le solleticava le gote, e, seppure lo scacciava mutando discorso, quello le si accucciava dentro, e s’appianava una ruga sulla fronte; e col pretesto che il passo s’era fatto malfermo, a sera rincasavano cheti sottobraccio, più stretti ora che il cammino doppiava la boa di mezzavia. E’ tutto qui il racconto, ch’a voi par poco, ma il tempo d’una vita non sempre è facile a passare come nei giorni d’ozio, quando la sera arriva a sorpresa e il sonno è quieto; spesso invece bisogna accordare all’altrui il proprio passo, ch’ad ogni inciampo s’appresti un sostegno affettuoso.