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lunedì, 29 dicembre 2008

Il nonno del “Fisico”

 Il tempo è un velo di giorni che s’inspessisce piano e annebbia i ricordi, ma nella foto lui ha un volto teso, che al nipote non fu dato di sapere, e di quello meno anni, sebbene da tempo abbia smesso di contarli, e dal fregio della sua divisa da calciatore gli sorride una più sfrontata giovinezza e gli rammenta un’infanzia cullata nel mito di giovani mercurio sui tacchetti, quando alle cronache della radio si fondeva il racconto delle sue imprese da capitano, e glorie vecchie e nuove formavano il pantheon d’una nascente passione, che legava due cuori agli opposti lembi della vita, e un capo non cede, seppure l’altro si perde ben oltre la china. Allora il nipote ripensa alle proprie braghette da calcio, lasciate ad impolverare in qualche cassetto, e sogna il nonno terzino in un passaggio in rovesciata che taglia il campo come una cometa e gl’offre lo spunto d’un colpo di testa, appena oltre il tuffo del portiere, per affondarsi spietato nel mezzo della rete; allora li unisce un grido d’esultanza che vince il tempo e rende a ciascuno l’abbraccio cercato.
postato da: narrando alle ore 21:21 | link | commenti (7)
categorie: ricordi
lunedì, 22 dicembre 2008

permanenze

 Poco c’importa che le traiettorie sempre più divergano, la frequentazione procura compagni di viaggio, mutevoli al cambiare delle rotte, ma l’amicizia cerca e crea l’occasione, un forzato punto di tangenza che riavvicini le prore; così a lunghi intervalli s’inventa una scusa e, mentre il manto di zucchero s’inflette lento fra i gorghi del caffè, già si rinnova l’antica confidenza, e si ciarla fitto nel bisogno d’aggiornare le cronache, che mai avremmo interrotto, e ci s’accorge che all’appello della nota brigata molti hanno portato altrove le proprie sorti, rinnovando l’esodo che a generazioni alterne volge a settentrione i nostri passi. E’ un bilancio sempre sofferto quello che tradisce i lari per maggior fortuna, e gl’affetti piegano il capo alla contingenza, oggi più gravosa che in passato; ma lui mi spiazza e dice “Non è giusto, se fu questa terra a darmi sapienza, non può essere, ora che un po’ meglio so fare di conto e allinear fole alla mia causa, ch’io porti altrove questa poca scienza”. Lo ricordo appassionato al tempo che tutti recano alti principi al proprio blasone, ma per gl’altri le tinte s’annacquarono e si fecero incerti i contorni, lui invece non muta livrea, e paga sempre un prezzo a qualche ideale, e usa scomode parole che non comprano facili benevolenze, ma il ciglio resta alto a dispetto dei nuovi fardelli che gl’aggravano il passo, ed io riconosco gratitudine alla sorte per quei pochi suoi pari coi quali spartii il cammino.
postato da: narrando alle ore 23:56 | link | commenti (13)
categorie: amici
lunedì, 15 dicembre 2008

interludio

 La notte è rifugio di pensieri, l’esilio diletto di sogni ad occhi aperti; senti quante querule voci tacciono il loro chiocciare, e nella quiete parole minute rifuggono al sonno e tessono un canto più cheto fatto di mozzi sospiri. La notte vacilla nel mirabile equilibrio di due cuori su un guanciale, ancora una carezza, e l’alba potrebbe giungere a precipizio.
postato da: narrando alle ore 21:58 | link | commenti (12)
categorie: amore
lunedì, 08 dicembre 2008

novembre 80

 La terra si scosse, come per un inciampo imprevisto, ma caddero case, finanche paesi, così ci toccò fuggire il riparo dell’amate mura, in esilio presso una zia lontana, dove il suolo era ignoto ma quieto. A noi piccoli spettarono i letti di casa, gli altri spartivano giacigli di fortuna, vecchie brande e divani, ma ogni notte mi destavo, nel mezzo del sonno, lasciando il tepore delle coltri, nella casa allumata di luna scendevo da basso, dov’erano i miei genitori, e m’accucciavo tra loro in quell’abbraccio che da solo per me era giaciglio, casa, riparo.
postato da: narrando alle ore 18:59 | link | commenti (8)
categorie: ricordi
lunedì, 01 dicembre 2008

nomignoli

 Rammento un vecchio filibustiere, uno al quale s’accordava simpatia come il desiderio alle sciantose, di lingua lesta ma garbata, t’avesse detto le cose peggiori, non gl’avresti serbato rancore, che alla fine rimestava le parole con un sorriso ruffiano, quasi a dire “la sorte mena un po’ tutti per la manica, non prendertela a male!”. Assieme alla moglie spartiva gl’oneri e i molti onori d’una buona bottega, e col tempo, ch’ad entrambi aveva ingrigito le chiome, proprio quando la rada beltà prendeva a farsi incerta sul volto della donna, lui s’era inventato di chiamarla “Bella mia”, sempre, quasi più non avesse nome, le offriva quel titolo nell’allegrezza, che gl’era congeniale, come nei pochi dissidi, che presto scordava con opportuna amnesia. Lei gli rendeva uno sguardo disincantato a protestare la sua credulità, ma un sorriso le solleticava le gote, e, seppure lo scacciava mutando discorso, quello le si accucciava dentro, e s’appianava una ruga sulla fronte; e col pretesto che il passo s’era fatto malfermo, a sera rincasavano cheti sottobraccio, più stretti ora che il cammino doppiava la boa di mezzavia. E’ tutto qui il racconto, ch’a voi par poco, ma il tempo d’una vita non sempre è facile a passare come nei giorni d’ozio, quando la sera arriva a sorpresa e il sonno è quieto; spesso invece bisogna accordare all’altrui il proprio passo, ch’ad ogni inciampo s’appresti un sostegno affettuoso.
postato da: narrando alle ore 22:15 | link | commenti (12)
categorie: ricordi

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