Allignano alcuni nella penombra sonnolenta dei piccoli caffè, deserti a mezza mattina, quando ciascuno provvede al suo travaglio, e a tratti s’affacciano all’uscio, come i guanciali messi all’aria dopo lungo deposito, con i volti incupiti dal fumo e le mani annodate dalla briscola, leste nelle movenze del gioco, che riempie il silenzio di vuote giornate. In un angolo qualcuno china il capo accanto ad una bottiglia vuota, per lui giunge notte ad ore impreviste. Per quanto lontano t’abbiano condotto i tuoi passi, è da questo grigio limbo ch’escono le più fantastiche storie, la realtà si veste di millanteria e ridisegna le proprie imprese in toni di leggenda. Io v’entrai dal basso d’un paio di braghette corte, una prospettiva favorevole ad ingigantire le cose, e gl’ammiccamenti di quei discorsi da trivio erano un torbido mistero che pungolava la curiosità, e mi trattenne quella sera allo spettacolo d’un tale che lasciava le proprie speranze in un paio di chiavi che soffocavano la loro corsa in un tonfo sul panno verde, mentre usciva con un sorriso malsicuro, a sguardo vago, come in dormiveglia, ed incrociandomi, con un buffetto sulla nuca, mi richiamò lontano da quei luoghi.