La strada che mi porta qui è lunga tutt’un giro d’eclittica, ma puntuale, allo scadere del tempo, ritrova il cammino, ed ora che i lustri s’affacciano a destra della decina, ne avrei di ricordi da legare a questi passi, ma è sempre lo stesso a far capolino, ed io taccio, e racconto a me solo questa piccola storia, che il pensiero conserva come i versi annotati sul taccuino. Quello che me ne fece dono già ne serbava memoria da parecchi decenni, e sovente rinverdiva il racconto, come s’indossa il paltò della domenica mattina, e la voce s’animava nel rivedersi bimbo, ché quasi secondava le parole, e quel fluire d’immagini lontane si coloriva di minuti dettagli, e solo a tratti indugiava per chiarire delle tante comparse che ormai disertavano la scena, ed a me chiedeva conferma, per quanto li sapesse trascorsi anzi ch’io avessi i natali, allora da sé procurava risposta e s’ammoniva dell’errate coincidenze. Gli costava quel volontario esilio dai luoghi dell’infanzia, ma sapeva che le malie del ricordo e le offese del tempo mal s’accordano fra loro, e quella patita distanza poneva tutti nella giusta concordia. Di cosa narrasse più non ricordo, ma, giunti alla chiusa, lo prendeva la quiete che segue le nenie, e sul volto gli s’attardava lungamente un sorriso.