Sono passati troppi anni da quando traversò con stupore il meridiano opposto a quello natio, e vide i ghiacci lambire la chiglia con fusa da gatto, e poi giù, verso meridione, sedotto dall’ondeggiare dei palmizi, e dalla pelle ambrata di scure sirene rimaste senza nome. Così il viandante consuma lontano le proprie suola, e riporta a casa stanche ossa che chiedono riposo, e quel passo malfermo lo confina ora fra le mura d’una casa a lungo diserta, e nell’orizzonte breve del proprio giardino, che sul lato ad occidente colora la piazza con sbuffi di gelsomino, e attraverso l’esile grata del cancello gli offre lo scorcio di mondo che l’attraversa distratto, ed il gesto civettuolo di giovani donne, compiaciute che qualcuno, nel salutarle, sollevi con garbo una candida paglietta, che racconta di lontani soggiorni a Panama, e d’una mano sottile che gliela piegava sul lato, e gli rubava boccioli dall’occhiello della giacca. Si rammarica però che i volti a lui cari non passino più di là, né altrove, ed i ricordi sono missive senza destinatario, da sempre in giacenza nel suo cuore; ed oggi il caldo un po’ gli pesa, e un ragazzo che lo vede arrancare nel suo passo lento, gli grida “Brutta cosa la vacchiaia!”, così lui si gira, col sorriso pacato di tutti gli anni che al giovane sembrano troppi, e replica sornione “Ha ragione, la vecchiaia è un fastidioso malanno, ma non è bene vaccinarsi per tempo.”