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lunedì, 21 luglio 2008

la vecchiaia

 Sono passati troppi anni da quando traversò con stupore il meridiano opposto a quello natio, e vide i ghiacci lambire la chiglia con fusa da gatto, e poi giù, verso meridione, sedotto dall’ondeggiare dei palmizi, e dalla pelle ambrata di scure sirene rimaste senza nome. Così il viandante consuma lontano le proprie suola, e riporta a casa stanche ossa che chiedono riposo, e quel passo malfermo lo confina ora fra le mura d’una casa a lungo diserta, e nell’orizzonte breve del proprio giardino, che sul lato ad occidente colora la piazza con sbuffi di gelsomino, e attraverso l’esile grata del cancello gli offre lo scorcio di mondo che l’attraversa distratto, ed il gesto civettuolo di giovani donne, compiaciute che qualcuno, nel salutarle, sollevi con garbo una candida paglietta, che racconta di lontani soggiorni a Panama, e d’una mano sottile che gliela piegava sul lato, e gli rubava boccioli dall’occhiello della giacca. Si rammarica però che i volti a lui cari non passino più di là, né altrove, ed i ricordi sono missive senza destinatario, da sempre in giacenza nel suo cuore; ed oggi il caldo un po’ gli pesa, e un ragazzo che lo vede arrancare nel suo passo lento, gli grida “Brutta cosa la vacchiaia!”, così lui si gira, col sorriso pacato di tutti gli anni che al giovane sembrano troppi, e replica sornione “Ha ragione, la vecchiaia è un fastidioso malanno, ma non è bene vaccinarsi per tempo.”
postato da: narrando alle ore 21:26 | link | commenti (18)
categorie: aforismi
lunedì, 14 luglio 2008

consuntivo

Nel rovello silente d’un pomeriggio d’agosto pochi rumori tagliano l’aria greve, in quest’ore torbide il tempo s’invischia tra sbiaditi ricordi, e per gioco col pensiero rivado negli anni e mi cerco in questo giorno sotto cieli uguali e diversi, preso da qualche speranza che più non mi tiene o nell’ambasce d’un cruccio lontano, e m’accorgo che il cuore sceglie con giudizio i propri compagni di viaggio, ed i vecchi dolori li condanna ad un esilio sdegnoso che ne fa ombre sempre più fioche, ma per ogni gioia che ritrovo, un sorriso corteggia la piega delle labbra ed infine la spunta. Solo accade che a volte il presente manca la staffetta, e quel lascito di lieti ricordi plana su terreni accidentati, ché l’armonia d’un tempo più non rinnova, ma aggrava nuove mestizie, e quelli che fummo ci guardano con biasimo da vecchie foto, chiedendo lumi della nostra cattiva condotta. In quale punto la sorte inciampò nei propri legacci? Eppure un tempo avemmo albe luminose lungo la via, e passo svelto incontro a mete lontane, ma poi c’ingannò una qualche infida svolta, e vedemmo i sogni divergere verso altri orizzonti, ed imparammo che non è dato d’andare a ritroso, ma puoi forzare il cammino fra ciottoli e sterpaglie fino all’approdo sperato. Questo gravoso bilancio l’appunto su fogli di velina, che piego in minuti vascelli e affido alla corrente; ieri è un tempo che più non m’appartiene, non bilanci (zavorra di sogni mancati), ma propositi nuovi ad indicare la via.
postato da: narrando alle ore 22:20 | link | commenti (5)
categorie: pensieri, ricordi
lunedì, 07 luglio 2008

il fantasma delle estati passate

 Estate stagione molesta, di tempo sempre buono a far tutto e niente, ché la calura aggrava gl’affanni, ed ogni impeto presto si smorza. Ozio per studenti sfaccendati che ciondolano pigre giornate tra le fronde del parco o giù alla marina, inseguendo palloni prima che la risacca li rapisca al largo; molesti pure loro, tanto più se quel tempo è passato, e nuove premure ci chiamano altrove, e quasi verrebbe da rimboccare l’orlo dei pantaloni ed unirsi al gioco, immemori d’avere mai avuto altra occupazione; sgombrando il futuro d’ogni scadenza, farsi leggeri come le girandole che cedono alle lusinghe di blandi zefiri. Ora per sbaglio mi torna alla mente il pergolato di limoni, che profumava l’aria greve dei giorni di luglio, ed offriva spicchi di sole che annegavamo nello zucchero e mangiavamo svelti, fuggendo la punta d’amaro che alla fine sempre t’agguanta, ed arriccia le labbra, come ai bimbi l’invisa medicina. Porto affetto a quelli, ignoti, che negli anni versarono inchiostro sull’ozio sonnolento delle ore più calde. Nell’attesa che le ombre s’allungassero, m’imbarcavo su un vascello di sogni che ancora rifugge l’approdo, ed io sono un mozzo maldestro che avvolge le cime di sciocche fantasie e, tu vedi, più non ricordo da dove partimmo, ma il vento conduce, e noi andiamo alla ventura d’un nuovo “a capo”.
postato da: narrando alle ore 21:36 | link | commenti (9)
categorie: pensieri

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