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lunedì, 30 giugno 2008

ninnoli e misteri

 Vi sono luoghi dove il tempo si posa come una polvere sottile che stende un velo d’opaco e attutisce i rumori, così m’appariva la casa della zia nelle rade visite al tempo dell’infanzia, mentre, ignaro del chiocciare di vecchie comari, sbirciavo quel salotto sempre in penombra, anche nell’abbacinare d’agosto, quando una sapiente disposizione delle imposte negava asilo ai chiari raggi. Oltre il tedio di quelle mura silenti e ombrose come una cattedrale gotica, m’affascinava la reticenza diffusa che arricchiva di mistero ogni cosa; le cortine di merletti stese dietro le vetrine della credenza, quasi a negare l’unico spiraglio su riposti segreti, e la porta a vetri, dalla quale la zia compariva come dalle quinte d’un proscenio che presto tornava a celarsi nella trasparenza accennata di quell’imposta. Allora m’inventavo il mondo ignoto oltre la porta, dove immaginavo scaffali di vasi maiolicati, al pari della Farmacia degli Incurabili, sui quali campeggiavano scritte a caratteri gotici, e cataste di vecchi manuali di taciute ricette che partorivano la moltitudine variopinta d’infusi dei quali erano prodighe con gli ospiti, zuccherine pozioni che inducevano ad inspiegabile buonumore. Con tali fantasticherie coloravo quel tempo grigio nel quale le gambe dei bimbi ciondolano impazienti da una sedia troppo alta, e ad intervalli sempre più vicini tendono la manica della madre con supplichevoli richieste di dispensa. Poi un paio di decenni si sommarono ai tanti già passati, ed assieme scardinarono le porte di quel mondo nascosto, ma, quand’ebbi la possibilità di varcarne la soglia, pensai che nel tempo trascorso nessuna delle verità acquisite aveva eguagliato il fascino dei perduti misteri, così me ne andai mesto, a braccetto di vecchie fantasie.
postato da: narrando alle ore 20:47 | link | commenti (11)
categorie: ricordi
lunedì, 23 giugno 2008

l’estate è donna

 Altre somigliano alla timida primavera, che indugia tra pallide brume e si tinge di petali leggeri che il primo scirocco porta via, e come quella abitano tiepide passioni, tremanti ai freschi venti della sera. In te invece è il vigore dell’estate che indora le messi, è la calura d’assolati giorni ad avvamparmi le gote, s’io ora ti ripenso tra languori e labbra schiuse alle carezze dei prati d’agosto. Come i melograni offrono squarci di dolci rubini, così il fuoco acceso delle tue labbra è un bocciolo di sangue che ad ogni sorso accresce l’arsura, ed ancora ho fame di te, salata di ritorno dai flutti, stesa a cuocere nell’indolenza del meriggio, quando il sole ti schiara l’iride, e le palpebre calano fra malizia di sguardi. Da lì principiano le vie che portano al tuo cuore, ma è un viaggio di sola andata, che presto mi smarrisce in orbite concentriche; ad un passo dal mistero inciampo nell’estasi, e sono naufrago tra perduti sensi. Perdonerai queste righe sfrontate, che s’arrogano nuove licenze, ma una lettera è un discorso più intimo, fatto al chiuso di due anime, una scoperta di parole non dette, altrove taciute, che qui ritornano da un casto esilio.
postato da: narrando alle ore 22:55 | link | commenti (10)
categorie: le donne
lunedì, 16 giugno 2008

in memoriam

 La vita, che fioriva in te come rosa selvatica accesa attorno alle mura di campagna, oggi diserta il respiro breve dei tuoi giorni, ed io attendo voce ampia d’amazzone, mentre stentoreo fiato accoglie il mio saluto. Ricordo che i doveri di scena ci costrinsero al belletto per donarti un tempo assai lontano da venire e tu, mite, incanutisti le chiome e disegnasti sul volto pieghe delle quali mancava indizio. Ora la sorte improvvida vela lo sguardo di un bistro malaccorto e più non ci piegano le risa di quel tempo, dal quale tristezza aumenta la distanza e segna definitivo distacco. Vedo quelli che ti amano pregare per te ogni nuova alba, e a sera vincono il sonno che vi separa, grati di attimi dolenti. Qui ogni istante paga il prezzo d’una pena, eppure è sperata conquista a coro di voci chiamata e sottratta al terrore d’un più ampio ammanco. Disparità d’una guasta clessidra c’affida allo sgomento d’un oscuro disegno, che sembra confutare la pietà del suo geometra. E’ uno stillicidio di attimi che si consuma, e questo mio tempo sciocco, fatto di continue attese e di storte parole, di appuntamenti mancati e traditi sogni, questo mio tempo vano oggi un po’ mi pesa.
postato da: narrando alle ore 21:10 | link | commenti (8)
categorie: amici, gli addii
lunedì, 09 giugno 2008

piccola nota di servizio

 Un sincero grazie a cuoredigiada, che ha voluto tributare un particolare apprezzamento a questo blog.
Thanks :)
postato da: narrando alle ore 21:42 | link | commenti (2)
categorie: amici

omissioni

 Il cuore ha due voci, l’una è greve, e reclama i torti subiti, ne tiene un conto esatto, e presto colma la misura, l’ago sottile della stadera volge a manca, ed i pensieri s’adombrano di scure nubi, dove un battito d’ali d’arpia zittisce più miti consigli. Allora c’assilla una brama di vendetta, ogni passata concessione diviene un furto che reclama la sua pena, e, come Medea, assieme a sterpi di rovo bruciamo al fuoco dell’ira anche i boccioli che sorprendemmo ancora imperlati di rugiada. Più riposto giace un timido sussurro, un canto d’urie che si desta ad ogni carezza che ci muta il battito e scioglie il gelo della nostra solitudine. E’ un piccolo aedo che raccoglie rime stringate per donarle quali grate conferme d’affetto, ma spesso lo vince la timidezza e il suo canto si tace, ed un cuore resta in attesa d’un cenno d’assenso. Per le parole non dette, missive affidate a scrigni di rimpianto, per quei colpevoli silenzi, lo sguardo tuo si nega ora all’orizzonte, ed io languisco nel vuoto di quest’assenza.
postato da: narrando alle ore 20:58 | link | commenti (5)
categorie: pensieri
lunedì, 02 giugno 2008

estetica

 Le case sono libri di pietra, e l’architetto racconta la vita degli altri per come gl’appare, o gli pare dovrebbe in tal modo filare. Così m’incanto dinanzi a grigi casamenti, informi mausolei d’ogni beltà, che rifuggono grazia, e apprestano tristi ospizi ai loro abitanti, come chi in sciatte vesti attenda la visita dell’amante, lasciando le chiome al rimestio della notte, e l’accoglie trascinando passi di lacere ciabatte. E’ un puro accidenti l’ordine distratto di scialbe facciate, su filari di piani stancamente reiterato, fino all’ultimo solaio, dritto, stringato, come un finale affrettato d’un romanzo d’appendice. Pure mi piace indovinare la pena che a squadrati abituri sovrappone frivoli ornamenti, esili lesene a legare i balconi, o velette sospese a qualche aggetto, come vecchie crinoline del tempo che fu. E’ l’arte, eversione dalla norma, che a facili soluzioni cerca altre d’una bellezza nuova, ma d’antico criterio, non un vezzo pel capriccio di stupire, ma una risposta attenta a domande di sempre, un discorso che la coerenza conduce ed ammaestra la fantasia, e ad ogni passo indugia in minuzia di particolari, una poesia che cambia peso ad ogni parola, e, quando atteso giunge il finale, proprio allora s’avanza il dubbio, e solo la contingenza ci vieta di ricominciare.
postato da: narrando alle ore 20:55 | link | commenti (6)
categorie: pensieri, architetture

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