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lunedì, 26 maggio 2008

sere d’estate

 D’estate la notte ha mille voci, che assieme ti chiamano in strada, vagando al lume di minute faville, contro brezze leggere che ripagano della calura diurna, fino a che l’ore s’assottigliano e si fanno silenti. A dirlo ora, pare un facile trastullo che volentieri sacrifico alle premure di domani, ma allora qualcuno avrebbe avuto ragione d’impormi il rientro, e quella libertà concessa, e mai meritata, dava un’ebbrezza d’impresa novella, e le confidenze di sempre avevano sapore d’indicibili segreti nell’eco della piazza fatta deserta, e ci prendeva il sogno d’andare, inventando una meta per cambiarla in corsa, solo per sapere quanta parte del mondo si può far propria in una notte insonne. Poi venne la festa del santo, e la sera vociava d’un fitto sciame, e le luminarie sul corso disegnavano variopinte costellazioni d’un cielo che si rischiarava a fugare la notte. Fu per caso, voltando l’angolo, che ti seppi d’altri, ed il cuore inciampò in quell’immagine, e ruzzolò malamente tra la folla. Sarei corso a raccoglierlo, ma un confortante altrove mi chiamò da lontano, e gli corsi incontro e via da te, che fuggivi dalle mie speranze. Quella sera l’adolescenza si sciolse in rivoli salati agli angoli della bocca, e in fondo al cuore una punta d’amaro da allora prese stabile dimora.
postato da: narrando alle ore 21:27 | link | commenti (16)
categorie: amore, ricordi
lunedì, 19 maggio 2008

domenica sera

 A tratti la luna s’affaccia fra le cime del viale alberato, sulla via del rientro s’alterna ai fari che incrocio, e fa da sigla ad una sera di domenica, come il vecchio cinescopio rimandava all’indomani. D’altra sponda s’inseguono scialbi edifici cadenzati dal ritmo monotono degli infissi, che in pochi ancora offrono alla notte riquadri di luce e la traiettoria fugace d’una sagoma, che attraversa la stanza e getta uno sguardo allo stesso scorcio di cielo che m’indirizza il cammino. Ogni imposta si rischiara al lume dei lari, e per ciascuna immagino scene di domestica concordia, d’una vita semplice, governata dai riti della quotidianità, che non concede asilo ad un mondo aspro. E’ la quiete della notte, che zittisce gli affanni e mi racconta simili fole, come le fiabe ai bimbi per invogliarli al sonno, culla in tal modo il mio ritorno. Me ne scordo giunto a casa, quando alla strada apro le chiare imposte, ingannevole lucerna per sciocche falene.
postato da: narrando alle ore 21:24 | link | commenti (16)
categorie: pensieri
lunedì, 12 maggio 2008

buoni propositi

 La vita c’impone usi inattesi come a primavera muta il nostro guardaroba, per conseguenza del fato che i sogni travolge al pari delle messi, piegate al passare degli eserciti. Così debbo gratitudine alla mia buona stella, se a lungo non ebbi ragione per vagare all’ombra di queste fronde pietose, che flettono il capo all’altrui dolore; era una compassione senza nome a segnarmi la croce passando dinanzi alle grigie inferriate, e talvolta indugiava tra sbrecciati mausolei cinti d’intorno dalle sterpaglie che s’avanzano nel mezzo del selciato e ne sconnettono i ciottoli. Puoi spendere un giro di lancette indovinando le storie che i muti volti tacciono, e poi andartene nell’altera giovinezza, che termine non conosce al proprio futuro. Ora che queste mura mi stringono il cuore tra ricordi gravosi, ora il passo volge sempre altrove, e nega giusto tributo alla tua memoria, e da quel giorno la gerbera sul terrazzo attende invano di partecipare alla fitta selva che adorna questa tua nuova dimora, ed ormai protesta un coccio più ampio ove stender le radici. E’ che talvolta ricordo quell’ultimo tempo, prima che gli anni confondessero i pensieri, tra le ciarle leggere del morente meriggio, d’improvviso ti facesti serio nella sopraggiunta premura d’un ultimo consiglio che mi chinava il capo di muto assenso. Quella tacita promessa ora c’allontana più che celesti distanze, perché non so dirti che i buoni intenti ebbero quella sera vita breve, più dei giorni a te restanti.
postato da: narrando alle ore 21:26 | link | commenti (14)
categorie: ricordi, gli addii
lunedì, 05 maggio 2008

vecchi fasti

 Uscimmo dall’inverno come da una lunga pioggia, quando un sole improvviso fuga le nuvole a raggiera e stende un colorato arco a ricucire l’orizzonte. Così un mattino d’aprile schiarì d’azzurro il cielo e scrollò dalle spalle qualche paltò, e tutti fummo per strada col capo all’aria e gli occhi stretti di chi si riconcilia bruscamente alla luce. I platani sul corso, che indugiano al sonno ben oltre la sveglia, non erano stati avvertiti, e li trovammo ancora nudi del loro fogliame, buffamente intirizziti tra gli spogli rami. Tra le vetrine, che si diradano lontano dal centro, s’apre quella d’una vecchia officina, custode d’una maestria perduta nel succedersi delle tecniche, schiera minuti attrezzi sospesi alle pareti, come le milizie di latta sugli scaffali d’una lontana infanzia, anacronia d’una passione che non muta e s’impunta contro il tempo. Sull’uscio assolato una sedia, che l’uomo inforca al contrario, le braccia conserte sulla spalliera, il capo sonnecchiante sulle braccia, e sul capo sogni e ricordi s’arricciano al sole, e dal sonno lo scuote una voce nota che s’affanna alle proprie premure. “Beato te, che non hai pensieri!”, lui per un attimo sbircia il mondo indolente in cerca dell’avventore e biascica “E’ spensierati ce pensa Dio!”, rimugina tra se qualche improperio, e si riconsegna a Morfeo nel quieto lindore della piccola officina vuota.
postato da: narrando alle ore 20:53 | link | commenti (9)
categorie: racconti

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