La martingala segna la grazia dei tuoi fianchi che rastremano in vita in ripide anse, stretta pausa fra trionfi di seduzione. Tu maestà di bellezza, puntuta e sinuosa, come le calle che svettano avvolgenti candori sopra scialbe gramigne, ed io ronzo attorno al tuo scrigno, ubriaco nella scia di nettare che spargi d’intorno, fiorito araldo che preannuncia tua venuta. Talvolta il passo ti s’impiglia in un riflesso imprevisto e l’esile figura rapisce uno sguardo severo, e crediti vanti, ingiuste accuse contro la sorte che ai tuoi natali allineò stelle graziose. Maliziosa aspetti ch’io confuti la tesi, ma un sorriso attenta quel cruccio fugace che svanisce tra risa argentine, già s’imprime gaiezza all’iride, ed un calare di ciglia mi serra il cuore tra maglie d’incanto. A te sacrifico il fuoco che batte alle tempie e smarrisce ragione, ma non temo l’incedere dei giorni, domani è la promessa di nuove albe che sommano beltà al tuo volto, la libertà è un pegno che pago volentieri, un azzardo che potei tentare, stringimi al cuore con tutti i laccioli che l’amore consente, così tienimi, indifferente al mutare delle ere, e gli anni si faranno d’improvviso ricordo. Ma un solo giorno si dilata in secoli di tenebra, se già per noi diverge il cammino.