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lunedì, 31 marzo 2008

brillantina e vecchi merletti

 Ero in uno di quei pubblici uffici nei quali s’arriva sempre troppo tardi, e la fila contende sconforto al supplizio di Tantalo, di più se fuori goccia un cielo grigio e le fioche luci adombrano pallidamente i volti. Una donna un po’ curva sotto il fardello gravoso degli anni imbraccia un lacero falcone ricolmo di carte ingiallite e si fa innanzi all’addetto per un’informazione che assicura “richiede giusto un attimo”. L’uomo alza lo sguardo indolente, ha le chiome unte che si sfrangiano sulla fronte, quasi gocciolassero anch’esse, come un rappreso rivolo che a tratti ricompone mollemente; un gesto di diniego scuote la giacca informe il cui bavero casca a manca fin quasi alla spalla e lì se ne resta, “niente, signora, la fila, rispetti la fila!”. Biascica le ultime parole come chi riemerga da un sonno breve e ne prepari il ritorno, così la donna s’allontana rassegnata con la sua taciuta domanda fra le carte consunte. Un tizio nel corridoio attraversa frettoloso il vano della porta, ma d’un tratto si ferma, varca l’uscio come per un’improvvisa rimembranza, e chiede alla donna col faldone quanti anni abbia, dopo di ché raccomanda all’impiegato dall’unto ciuffo che le dia precedenza perché “l’età sua l’impone”. L’uomo si scuote a malavoglia dal torpore e ne accoglie le richieste. A cose fatte, la signora ricompone calma le sue cose e, nel lasciare la stanza, sotto un sorriso grinzoso, sottovoce, ché io la sento e forse il mio vicino, si lascia sfuggire soddisfatta un “Tié!” e un ambiguo ondeggiare del braccio accompagna l’irriverente sussurro, mentre riprende il cammino a braccetto dei suoi anni, tra loro in perfetta concordia.
postato da: narrando alle ore 23:00 | link | commenti (12)
categorie: cronache
lunedì, 24 marzo 2008

ugge

 Questo pallore di tenebra, che offusca il giorno, nega chiarore all’iride che languisce in un bagno d’avorio, e le nebbie sbiadiscono l’orizzonte e altrove ridestano sopiti fantasmi ed il passato s’ammanta di ombre che sul cuore gocciano un mieloso veleno. Gli andati giorni si spogliano d’affanni, più non rammenti che assolate primavere, ed improvviso l’inverno che giunge ad oggi e tutto inghiotte con cupe nebbie, e quanto vi fu di bello non lo pensi mutato, ma perduto in quel grigiore, e carponi cerchi, con le mani rimesti tra le brume che già nascondono i palmi, e a tentoni provi quel varco che lumi renda ad un cielo bigio. La nostalgia è un sovrano in esilio che piange regni di fiaba, ne ridisegna i confini e moltiplica i tesori, ovunque furono giardini d’eliso e languidi serragli, ed infine roccaforti moldave contendono beltà alla perduta Atlantide. Al margine dell’eldorado il rimpianto traccia possibili fughe in ogni strada diserta, e quei sentieri che parevano aspri, ora l’immagini lievi al passo e presto recano a facili declivi. Le rose non colte sono una crisalide di vita che la malinconia alleva come un cucciolo devoto che anticipa i desideri e non chiede compenso. Così brumaio presidia il cuore nei giorni che già la primavera cinge d’assedio, ma non di rado cede un baluardo, e la mattina s’inonda di sole, e la gente, che affolla le strade con l’allegrezza della rovesciata tirannide, sui volti fa incetta di nuovi tepori, ed ogni tristezza ricaccia come i fasti d’un cattivo regime.
postato da: narrando alle ore 22:08 | link | commenti (12)
categorie: pensieri
lunedì, 17 marzo 2008

lunedì in albis

 Il giaciglio, dal quale la sveglia mi traeva a malincuore nei giorni di scuola, si faceva d’improvviso inospitale, ché un’attesa impaziente ricacciava il sonno tra i progetti per l’indomani, come un’ultima incombenza da sbrigare in fretta, noiosa come i compiti che ci separano dal gioco. Eppure quella smania, che rivoltava il guanciale fino a tarda notte, svaniva al mattino, quando la levata giungeva molesta al pari degli altri giorni, memore dell’inopportuna veglia che l’aveva preceduta, ed io muovevo passi assonnati nel brulichio che apprestava la partenza, e mi pungolava quell’atavica paura dell’abbandono, che talvolta spinge i bimbi ad immotivato pianto. Varcata la soglia, lo sguardo si volgeva al cielo con la speranza degli àuguri, che dall’alto attendono disiati presagi, ed un ciglio indispettito accompagnava le volte che il sole indugiava tra coltri di nuvole, come riservasse a sé un tardivo risveglio, e poi rischiarava, il cielo ed assieme la fronte, ed un sorriso entusiasta principiava la giornata. I pini erano legioni svettanti nell’aria, fila compatte, che talvolta nell’ombra loro potevi ignorare gli scrosci passeggeri del meriggio, e la spiaggia e la strada  scomparivano oltre l’intreccio dei rami che ovattavano le voci di festa diffusa. I riti del pranzo, che affaccendavano le donne intorno ad involti aulenti, armeggiare di braci e le ultime uova di cioccolato che aprivi per la sola attesa del dono; di tali misteri e qualche importuna epifania, d’affettuosa quotidianità nutrirono per me l’infanzia, ed un grembo amorevole accolse il mio sonno sulla via del ritorno, e, se ripassi la mano tra le ciocche, il tempo s’implode, ed io torno bambino.
postato da: narrando alle ore 21:46 | link | commenti (12)
categorie: ricordi
lunedì, 10 marzo 2008

destinazione Piovarolo

 Oltre il vetro il cielo bruniva i suoi toni incontro alla sera d’ombre nascenti che piano inghiottiva il paesaggio e mi lasciava come unico svago il gioco dei binari che s’intrecciavano a lato del treno. Alla prima stazione la sosta durò un tempo infinito, ché al principio del viaggio ci prende una fame di posti nuovi, una brama d’andare, ed io languivo in quell’ostinata inerzia che ormai tracimava i tempi ordinari e prometteva ritardi. I contrattempi sono come malanni, da principio è solo un fastidio, il viaggio procede lene, ed ecco una breccia nei calzari che c’indispettisce il passo, poi però la cosa s’aggrava e si temono conseguenze, gli appuntamenti minacciano il naufragio e la meta si fa incerta, ci coglie allora l’ansia, ch’è accorata premura di porre rimedio; infine, quando i programmi sono compromessi e più non v’è margine al nostro agire, ci consegniamo rassegnati al fato, ed è quasi un sollievo quello stato di cessata allerta cui segue innocente abulia. Così il capotreno annunciò che un camion aveva sfondato la sponda d’un cavalcavia rovinando sui binari, per cui la linea era interrotta, e che ciascuno provvedesse da sé. Mi prese allora un senso di colpa pensando al disgraziato che un attimo prima era giunto all’ultima sua stazione saltando chissà quante fermate, mentre io mi dannavo per la cattiva riuscita d’un piccolo viaggio. Così me ne tornai mesto a casa, in tempo perché il notiziario locale riportasse d’un cavo elettrico che, ceduto per usura l’attacco ad uno dei tralicci, penzolava malinconico sui binari sgombri bloccando il traffico ferroviario. Apocalittici scenari sfumavano in quell’unico filo monco che m’era costato un’ora di prigionia e mancati impegni, ma infine quella piccola frode la compensava l’allegrezza dello scampato disastro che mi rallegrava la serata.
 
P.S. sebbene somigli al finale del film “Destinazione Piovarolo” (Totò, Marisa Merlini, Arnoldo Foà, etc.), è un fatto curioso realmente accadutomi qualche tempo fa :-!
postato da: narrando alle ore 22:19 | link | commenti (9)
categorie: viaggi, cronache
lunedì, 03 marzo 2008

8 marzo

 Se le ripenso, alla mente richiamo i volti, ciascuna reca un dono di grazia ai miei giorni, e per ognuna un compenso d’amore, un dolce pegno che non le ripaga, ma io rinnovo la gabella, che di più m’arricchisce il cuore. Generose ancelle d’Afrodite offrono beltà al mondo come la primavera sparge incurante gemme tra le fronde, in cambio la poca moneta d’uno sguardo ammaliato, un devoto guizzo di passione che distoglie da triti pensieri, e alla gioia l’anima dispone. Le donne c’educano il cuore, che da principio è monotono battito ignaro, ed improvviso muta il suo passo, e duole e si strugge, ma d’una pena ch’è dolce e di sé t’innamora. Allora ignoti palpiti arrestano il respiro e le parole si scoprono accorte, più cheto l’agire, e la veglia, che invade le notti, l’imbratti di rime maldestre da offrire all’amata. Anche l’avaro, che ogni andato baiocco ripensa e rimpiange, ammette il suo debito di grate carezze, e fra le tante, che affollano i giorni, lo sguardo aspetta quella che dei suoi affanni cancella memoria, una pari all’altre, ché Dulcinea non val meno d’Isotta, e per ciascuna conta il bene che ha dato, e per quello, e pel poco dolore che talvolta ne segue, ch’era sale di vita anch’esso, perciò, Citerea, celebro oggi il tuo nume.
postato da: narrando alle ore 22:00 | link | commenti (16)
categorie: le donne

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