Non all’occhiello della porta devo cercare l’ospite che scuote l’uscio con premura da fuggiasco, il suo arrivo l’annuncia il pino, tra le cui fronde sibila uno spettrale benvenuto, e scuote e s’inflettono i rami in scomposti inchini. Fra le creste dei monti s’è rovesciata l’otre d’Ulisse, e di là giunge l’aereo viandante; con gelide raffiche spazza i campi ed invoglia alla clausura; non è sgarbato, ma da sempre s’affretta ad ignote mete, e con se trascina il pietrisco che ruzzola sulla strada, e gli sparsi nembi traversano il cielo con rinnovata lena. Quali convegni ti chiamano altrove? Certo non Cupido pungola il tuo passo, ché le donne ti serbano antico rancore per quelle chiome, acconciate di nuovo, che confondi dispettoso, ed infine la bella Elena pare Medusa. La fretta appartiene a noi, il cui breve tempo muta a capriccio del fato, ad anche il vegliardo, sugli ultimi grani della clessidra, lamenta il suo credito di nuove giornate; l’alba ci trova incerti, ma il tramonto giunge prematuro. Pure sovente ci piace indugiare, e pel tempo perso, che più non ritorna, c’è un compenso d’armonia al ricordo delle ore trascorse nell’abbraccio di lei, esplorandone le grazie come i confini del mondo nuovo, o delle sere spese in facezie con gli amici, quando l’allegrezza sciama via le ombre, e domani svanisce in un tempo lontano. Giacché da sempre poni altrove la meta, ed ogni segno, raggiunto, è superato, allenta ora il tuo passo; anche qui si sta bene.