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lunedì, 31 dicembre 2007

l’anno vecchio

 Ora, che annaspi in asfissia di giorni, ed ogni nuova luna t’abbrevia il cammino, ora torni, qual’esoso gabelliere, a reclamare tempo di bilanci, e mandi all’incasso promesse e propositi, e l’epilogo, che per te paventi, m’agiti al naso come la muleta ch’aizza l’arena. Riponi i tuoi spauracchi, per me le scadenze sono terra d’Itaca, che arretra quanto più m’avvicino; la mia vela è lasca e la chiglia, che ciondola indolente al gioco della risacca, obbedisce alle blande correnti che portano al largo. La riva, ch’intravedo, è già ricordo, e l’approdo è figlio della fortuna, d’un imprevisto mutare dei venti ch’accosta la meta alla prora e non il contrario. Per te si compiono i giorni dell’esilio che ti consegna all’oblio del tempo, la memoria s’incrina sotto il peso degli anni a seguire ed impolvera i ricordi scambiando date ed eventi. Infine ti negheranno qualche merito (i giorni di sole hanno incerto anniversario), ma non l’amaro dei tempi bui, che sarà tua condanna senza appello. Per noi la scadenza è incerta, ed ogni calar di palpebra riconquista grato la luce, ma nel dubbio c’è dato sperare che sempre vi sia tempo bastante a mutare il segno di questo cammino, perché la scia che resta non s’intorbidi delle nostre mancanze, ma qualcuno rischiari memoria di quel poco di buono che la scarsa virtù strappò all’indolenza.
postato da: narrando alle ore 13:32 | link | commenti (9)
categorie: pensieri
lunedì, 24 dicembre 2007

natale

 Le luminarie, come sciami di lucciole, rischiarano queste notti, chiare faville s’addossano ai lampioni, alle fronde dei palmizi, ondeggiano a ridosso delle strade al ritmo alterno d’oscuri ingranaggi. Natale di profumi nel rimestare delle caldarroste su braci quiete, fumo lieve che s’alza ed invoglia, il cioccolato che rapprende in scie più dense nel lucido corteo del mestolo che compie lenti giri. Natale di memorie al suono acuto delle zampogne che rammentano vecchie nenie intonate un tempo al termine del pranzo fra opportune missive di buoni intenti da sempre disattesi. Fra queste facezie io mi perdo, vinto da rinnovato stupore, lieto come il bimbo cui rubano la punta del naso, a l’assicura lo specchio dello scampato periglio. Di questo gioco conosco i segreti, e perciò più mi piace, ché nel rinnovarsi degli usi consueti c’è il ritorno a casa, ed il conforto d’immutati paesaggi, a dispetto del tempo che passa, e scardina certezze.
postato da: narrando alle ore 22:09 | link | commenti (10)
categorie: pensieri
lunedì, 17 dicembre 2007

l'usignolo

 Me l’hanno portato in dono, sì come s’usa da queste parti, rapito forse tra le fronde, o nell’incauto posarsi al banchetto d’una briciola. In un breve frullo d’ali misura la sua nuova prigione che ne smorza il volo sul nascere, e, pigolando un mesto canto, l’iride, sommersa di gaietto, volge intorno disperata in cerca d’un varco, e l’umido sguardo eguaglia l’umane tristezze. Questo minuto aedo dei cieli, di nulla bramoso, se non di libertà, e aria sulla quale posare le ali, l’incavo d’un tronco gli offre regale giaciglio, ed ha soverchio pasto anche quando la neve nasconde al gelo i frutti. Lo tradisce il lieto suo cinguettio, che spesso lo condanna ad ingiusta cattività. Tra le sbarre della sua segreta ho posto il candido osso, dai cui versi spesso ebbi conforto, perché abbrevi il tempo della noia. Tra noi ciascuno sceglie la propria prigione, e da sé stringe i ceppi; per me giacciono inoperose lima e corda, e la fuga più non si spera. Se questo svagato carceriere non rammenta di serrare a te l’uscio, avrà voluto il fato che anche tu avessi l’agio della scelta.
postato da: narrando alle ore 20:45 | link | commenti (14)
categorie: pensieri
lunedì, 10 dicembre 2007

l'albero di natale

 Avevo sgranato occhi di bimbo (tacite, languide richieste), e imposto alla voce quel tono lamentoso che promette capricci e pare tremolare alla soglia del pianto, ed infine caddero le blande ritrosie del buonsenso, e al principio delle vacanze ebbi una sveglia prematura, e scoprii un paesaggio ovattato che a stento si scuoteva di dosso una coltre d’ombra e foschia, e all’orizzonte si sfregava lo sguardo assonnato al sole nascente, com’io facevo con allegra impazienza. C’addentrammo tra i pini che salgono al cielo come fronzute torri ed assieme piegano il capo al vento di ponente e chiamano lo sguardo in alto, dove lembi d’azzurro insidiano l’ombra del sottobosco. Si scelse il più rigoglioso perché il danno fosse minimo, e mio zio si pose a cavalcioni alla base del ramo, tagliando finché il resto s’inflesse e s’adagiò al suolo col tonfo attutito delle fronde che si piegano, e fu come un soffio che ebbe breve eco tra i filari, e presto tornò il silenzio di sempre. A casa imbastirono diversi tiranti perché il vento non l’abbattesse, e solo l’invito al desinare ci rapì ai decori, ed allora indietreggiammo a contemplare l’opera nostra, ed il puntale già svettava alto sul variopinto cono di verde ingombro di luci e festoni, opulento nella sua maestosità, e ciascuno ebbe una punta d’orgoglio, me compreso ch’avevo trottato d’intorno porgendo addobbi ai veri artefici.
Ma, una volta dentro, ci spiazzò una piccola sorpresa; mio nonno, non più avvezzo a silvestri prodezze, aveva addobbato un minuto alberello di plastica, carico di luminarie, i cui rami pendevano sbilenchi sotto il peso dei fili d’oro e l’ornamento delle stagnole colorate che avvolgevano gli addobbi di cioccolato, goloso incanto di noi bambini. Al suo invito “ripulitelo!” ci fondammo sul piccolo albero della cuccagna ormai dimentichi di suo fratello maggiore, che tanta fatica era costato e che accoglieva solitario i freddi venti di dicembre, inospitale giaciglio privo di leccornie. Lo sfrondarsi dell’abete di cioccolato divenne la clessidra delle vacanze che passavano, ed il nonno se la rideva sornione sotto un candido baffetto alla Errol Flynn. Infanzia mercenaria!
postato da: narrando alle ore 22:18 | link | commenti (14)
categorie: ricordi
lunedì, 03 dicembre 2007

il vino

 Dioniso sonnecchia speziato in piccole botti, fra volte ammuffite dal tempo, alla luce fioca di scarse lucerne i colori s’incupiscono, i rossi si fanno bruni e pagliuzze d’oro scaldano un algido paglierino. Ottobre prepara ampolle d’allegrezza che, nel tempo buono del convivio, schiariscono le idee, come un setaccio, cupi affanni spartiscono dai pensieri più lievi, si fanno cari gli amici e facili le confidenze, e stende sulle labbra delle donne benevoli sorrisi che cono promesse speranzose, e allo sguardo una bellezza nuova le adorna come un languore che non sai dire se abiti la musa o il suo ammiratore. Quel nettare pungente abbrevia le distanze, il vicino c’è già fratello, e ogni mestizia è bandita, tristi figuri smettono il loro grigio contegno e colorano di rosso le gote. Resta sull’amabile soglia di quel mondo nebbioso, oltre c’è ottenebramento e melanconia, e pietoso oblio che inghiotte i giorni; è un canto di sirena, che ammalia da lungi, ma riserva naufragio a chi ne cerca soverchia malia. Siedi al desco della continenza, perché nell’umida orbita che cerchia il bicchiere si ravvivano lieti ricordi e l’allegria del presente.
postato da: narrando alle ore 21:33 | link | commenti (16)
categorie: pensieri

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