Avevo sgranato occhi di bimbo (tacite, languide richieste), e imposto alla voce quel tono lamentoso che promette capricci e pare tremolare alla soglia del pianto, ed infine caddero le blande ritrosie del buonsenso, e al principio delle vacanze ebbi una sveglia prematura, e scoprii un paesaggio ovattato che a stento si scuoteva di dosso una coltre d’ombra e foschia, e all’orizzonte si sfregava lo sguardo assonnato al sole nascente, com’io facevo con allegra impazienza. C’addentrammo tra i pini che salgono al cielo come fronzute torri ed assieme piegano il capo al vento di ponente e chiamano lo sguardo in alto, dove lembi d’azzurro insidiano l’ombra del sottobosco. Si scelse il più rigoglioso perché il danno fosse minimo, e mio zio si pose a cavalcioni alla base del ramo, tagliando finché il resto s’inflesse e s’adagiò al suolo col tonfo attutito delle fronde che si piegano, e fu come un soffio che ebbe breve eco tra i filari, e presto tornò il silenzio di sempre. A casa imbastirono diversi tiranti perché il vento non l’abbattesse, e solo l’invito al desinare ci rapì ai decori, ed allora indietreggiammo a contemplare l’opera nostra, ed il puntale già svettava alto sul variopinto cono di verde ingombro di luci e festoni, opulento nella sua maestosità, e ciascuno ebbe una punta d’orgoglio, me compreso ch’avevo trottato d’intorno porgendo addobbi ai veri artefici.
Ma, una volta dentro, ci spiazzò una piccola sorpresa; mio nonno, non più avvezzo a silvestri prodezze, aveva addobbato un minuto alberello di plastica, carico di luminarie, i cui rami pendevano sbilenchi sotto il peso dei fili d’oro e l’ornamento delle stagnole colorate che avvolgevano gli addobbi di cioccolato, goloso incanto di noi bambini. Al suo invito “ripulitelo!” ci fondammo sul piccolo albero della cuccagna ormai dimentichi di suo fratello maggiore, che tanta fatica era costato e che accoglieva solitario i freddi venti di dicembre, inospitale giaciglio privo di leccornie. Lo sfrondarsi dell’abete di cioccolato divenne la clessidra delle vacanze che passavano, ed il nonno se la rideva sornione sotto un candido baffetto alla Errol Flynn. Infanzia mercenaria!