Di notte è una donna dopo l’amore, tiepida e silente, e c’accoglie tra strade diserte immemori degli strepiti diurni. Napoli è continue epifanie ai miei radi ritorni, ed ora sussurra vecchie arie da caffè-chantant tra le calde luminarie del Salone Margherita e lo spoglio emiciclo della piazza. E’ ironica saggezza, prendersi alla leggera quando più s’aggrava il fardello, e ciascuno conserva il disincanto d’una storia patita, e in una battuta scioglie le pene, e volge lo sguardo ad orizzonti più lievi. E’ città immota, che innalza turrite propaggini di vetro, ma ancora celebra vecchie credenze, e in gesti ed amuleti imbriglia la buona sorte, che sempre ha da venire. Così, andando tra le navate che un gotico solatio incide nel tufo in chiari merletti di luce, tra la selva di pulpiti che secoli di fede hanno sparso pei vicoli del centro, t’imbatti nelle tibie a croce sulle quali campeggiano i teschi bruniti del Fanzago, e scopri in una piccola chiesa le origini d’uno stemma di pirateria. E il sacro di più s’incupisce nel ventre buio del sottosuolo, forato in cunicoli e gallerie, dove le spoglie scarnite s’ammucchiano in file rischiarate dal baluginante chiarore d’un fitto di ceri, e tra quelle volte spettrali un sussurro d’anime bisbiglia infinite preghiere.
Torna al sole, e rischiara un sorriso, perché nella dovizia di edicole devote, dinanzi alle quali il passante ancora volge un omaggio segnandosi la croce, in un cantuccio trovi una minuta teca azzurra che mai difetta d’una fiammella, e ravviva tra i suoi devoti lieti ricordi e nostalgie. Sotto l’icona giace una piccola reliquia che reca l’insegna ‘capello di Maradona’; da queste parti un effimero sogno trova dimora a dispetto del tempo.