Partimmo all’ora che spartisce i giorni, come briganti in fuga dal torrido meriggio. Le strade di notte sono ignote piste che si svelano tratto a tratto, sì come il buio le rigetta dal suo manto, breve scorcio di mondo che, oltre la carreggiata, cede alla tenebra. Noi, che tardammo la partenza, come pigri gufi schivi alla luce, il buio compensa con silenzio e frescura, agognata moneta d’un viaggio lunare. Al sommarsi delle ore s’assottiglia la compagnia, fino a che restano lenti rimorchi, doppiati in lunghi sorpassi, e non di rado più d’uno, fermi sul ciglio, si prestano mutuo soccorso. Passati quelli, ogni meta diviene confine del mondo, sorpresa e sgomento d’ignota solitudine su vie da sempre affollate. L’alba incede per lieve chiarore che addensa piano e restituisce i monti che costeggiano il cammino con fusti spettrali mormoranti vecchie fole allo scuoterli del vento, si chinano maliziosi al proprio vicino, ed è forse più un pettegolezzo da comari, che già i primi raggi colorano chiome vezzose. L’alba appartiene ad oriente, noi siamo d’opposta sponda, ma, giunti alla costa, la sua eco gioca in limpidi riflessi sul mare, e reca l’annuncio che s’è fatto giorno. Così infine si giunge al proprio lume, talvolta per cupa notte, e la meta si spera, in essa confidi, quand’anche l’orizzonte rabbuia lo sguardo.