Giovinezza non abbandona il suo presidio con suoni di buccina e strepitare di proclami, ma invia messi discreti a vagheggiare l’approssimarsi dell’autunno, Fra le schiere del crine qualcuno indossa candida veste, altri disertano lasciando il campo sguarnito, e le emozioni sul volto indugiano più che prima in pieghe ostinate. Da tali segni s’accorse che per lui l’astro volgeva al mezzogiorno, e quell’unico guanciale sul talamo lo rassegnò ad una vita di celibato, che certe cose, pensò, si compiono nel tempo a loro assegnato, e si fece aduso alla solitudine come s’accetta la sventura, facendo della rassegnazione un balsamo al dolore.
Per i viottoli che portavano al campo il glicine incorniciava il portale d’una piccola casa che schiudeva appena le imposte al suo passaggio d’una misura tanto lieve che solo il cigolio dei cardini svelava quegli innocui appostamenti, ed un giorno che l’uscio era aperto, s’avanzò fino al giardino che verdeggiava di quei fiori che la campagna disdegna come inutile ornamento che non sfama. Lei sedeva quasi nascosta fra i candidi baveri delle calle, che sempre danno ricetto a qualche insetto operoso. Il sole a stento vinceva la cupola verde delle fronde, eppure qualche raggio indovinava il cammino e le ricadeva fra le chiome dorate, rifrangeva sul volto e nell’iride chiara. Non le mancava beltà, ma, fragile come gli steli dei soffioni, fra quelle mura s’era tenuta al riparo dai venti. Non indugerò in romanticherie, dirò solo che infine s’erano decise le nozze, e per festeggiarla degnamente riservo due posti fra quelle arcate d’oro trapunte di rossi velluti dove avrebbero risuonato con voce più lene le arie che un roco grammofono le gracchiava da anni. Le lucerne s’erano appena chetate, che lui se la vide scivolare fra le braccia, come un burattino al quale vengano allentati i fili. Attese incredulo la sentenza, e poi disse con tono fermo “Io nun me nzorerò mai chiù”1 e riprese il suo triste cammino appena oltre il portale del glicine.
1 Io non mi sposerò mai più