Candidi scafi ondeggianti di mare con esili braccia s’aggrappano alle bitte, un’onda li scuote in sequenza come folla esultante. Il molo s’affida all’abbraccio delle onde, poi in lontananza si piega ad escludere il suo burrascoso amante dallo specchio della baia, come una donna riottosa si ritrae a negare quell’ultimo mistero, ch’è il fascino suo. All’imboccatura la murata s’arriccia in una piccola rotonda dove i vecchi si giocano il tempo in un giro di briscola, smaniosi di liberarsene, spauriti per troppo poco che gliene rimane, che s’assottiglia come le dita nodose, come lo sguardo annebbiato che si consuma nel tedio, il tempo scivola in grani tra le mani chiuse a calice per trattenerlo, li coglie stupore dei giorni passati e insofferenza per le ore infinite. Di lontano imprecano scioccherie al gioco dispettoso che gli nega i favori, poi s’allertano per solitari nembi che, passeggeri, adombrano il giorno, e la brezza lieve, che li scuote dal sonno, gl’alza il bavero della giacca a scacciare temuti malanni. A turno s’accomiatano frettolosi incontro a piccole commissioni che gli gettano un’ancora nel naufragio dei giorni, un nipote da aspettare all’uscita di scuola, un’attesa breve che vince quella più temuta. Nell’andare lento, gettano uno sguardo amaro alla banchina, memori del passo svelto che un tempo inghiottiva distanze e s’affrettava ad amorose attese, e si chiedono chi gl’abbia rubato la vita, e resta nostalgie delle passate imprese.