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lunedì, 26 marzo 2007

Verso sera

  Il giorno s’accomiata lento, come le madri escono dalla camera dei bimbi sull’orlo del sonno, e ritrae con garbo il chiarore che filtra le tende e rischiara fogli dove s’inseguono veloci grafie. Nella penombra della stanza il mondo s’avanza incerto con le proprie luminarie, i pesi mutano ed apro le imposte alla sera che strepita il suo vociare, allo sciame di gente che affolla la strada, come ondeggiante marea che s’alza e non ritrae. L’ambulante appresta le mercanzie per distratti clienti stipati in un incedere lento che s’aggroviglia attorno a capannelli d’amici celebranti incontri casuali. I primi tepori assiepano tavoli sui marciapiedi ed alleviano i soprabiti delle fanciulle, che si tingono di toni pastello, e ne fanno fascinosi araldi della primavera. Presto mi perderò in quella migrazione senza meta, fatta di franti circoli ed ammaliati ritorni, ma resto ancora un po’ avvolto dalle coltri della sera, che confondono immediati orizzonti, ed il paesaggio oltre le imposte per contrasto si fa nitido che pare quasi di rubargli i segreti.
postato da: narrando alle ore 20:27 | link | commenti (11)
categorie: pensieri
lunedì, 19 marzo 2007

Un padre

  Un ometto panciuto, saltellante su brevi zampe incontro a lunghe giornate, accorto per dovere, quasi immemore di giovanili follie. Il tempo sbiadisce le chiome d’una fronte distratta, persa nel calcolo della continenza, e gli increspa il volto attorno ad uno sguardo commosso, non più mutato da quando vide speranze per il futuro vagire in un cucciolo grinzoso. Da allora segue trepidante quei primi passi incerti, quel trotterellare ondeggiante in precario equilibrio, e resta pronto ad afferrare le piccole mani tese, che seppure il passo s’è fatto svelto e lontano dai suoi occhi, uguale apprensione segna i distacchi. Ha un cassetto pieno di promesse vergate dal piccolo infante, e di tanto in tanto ne strappa una, piano, senza farsene accorgere, con muto rammarico, e, se il debitore tenta un bilancio, lui svelto fa scorrere l’ago della stadera, e quello si trova a vantare crediti a iosa. Non s’attrista d’essere un gregario, ché tenaci cordoni ombelicali gli preferiscono Giocasta, perché rammenta che un tempo, nella farfugliante attesa della lallazione, fu suo il primato.
postato da: narrando alle ore 20:38 | link | commenti (11)
categorie: pensieri
lunedì, 12 marzo 2007

L’infanzia

 Riavvolge un cencio tra le mani e s’avvia alla volta dei fari, ma è talmente piccolo che viene giù dal marciapiedi con un saltello. Lo chiamo per distoglierlo dal suo intento, ma lui mi entra in auto e per gioco gira la chiave nel quadro fino a compiacersi del motore che si zittisce, poi mi guarda con aria allegra per la sua piccola bravata con occhi grandi di bimbo che ridono un volto minuto perso tra gl’abiti sudici, cascanti di strappi, che il vento gli stampa addosso segnandone il corpo esile, come un gattino arruffato, che a prenderlo ti sorprendi di stringere così piccola cosa e scopri l’inganno del soffice pelo. Alle mie proteste, che dovrebbe essere a scuola, volge lo sguardo altrove, poi afferra i pochi spiccioli e salta fuori dall’auto restando a guardarmi mentre obbedisco al richiamo del semaforo, solo allora, come per un tardivo ripensamento, grida “Tutti chiusi, scuola, casa, tutti chiusi!”. Il bimbo si fa ancora più piccolo nello specchietto, nel grigio d’una giornata uggiosa, e l’allegria incosciente del suo saltellare di più m’incupisce il cuore, che per lui piango il credito di un’infanzia rubata e mi rimorde il dubbio d’essere fra suoi debitori.
postato da: narrando alle ore 21:59 | link | commenti (8)
categorie: pensieri
lunedì, 05 marzo 2007

Le muse

 Il tuo passo è volo lieve di scriccioli, frullo d’ali che smuove appena l’aria d’intorno, così incedi discreta ed è il cuore a presagire il tuo arrivo. Un sorriso stende arcobaleni di rubino sulla serica distesa delle gote, e negli occhi s’annegano profondità d’abisso del verde screziato che riverbera lungo la costa. Un animo, il mio, altrimenti gioviale, annaspa tra inopportuna afasia, se dinanzi a te scordo tutto quanto volevo dirti, e m’accorgo che sei tu a rubarmi le parole, e non mi ripaga il fatto che ne farò prosa nella solitudine della mia veglia; ora rendimi la favella, ch’io possa cantare con meno arguzia i palpiti del mio cuore; te li offro come si gettano petali di rosa al passaggio delle processioni, come l’ultimo dei pària s’offre alle acque del Gange, io vengo a te dinanzi, di storte sillabe vestito, dono misero e inutile, che i fiori avvizziti al ciglio della strada soverchiano per beltà, pure con tali scioccherie m’illudo di rubare un tuo sguardo benigno che offra un inganno di speranza a chi della realtà dispera.
 
Come augurio a quelle soavi, che incrociano i nostri passi e ci strappano qualche scalcinato verso, a tutte buon 8 marzo :)
postato da: narrando alle ore 21:20 | link | commenti (21)
categorie: le donne

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