Un ometto panciuto, saltellante su brevi zampe incontro a lunghe giornate, accorto per dovere, quasi immemore di giovanili follie. Il tempo sbiadisce le chiome d’una fronte distratta, persa nel calcolo della continenza, e gli increspa il volto attorno ad uno sguardo commosso, non più mutato da quando vide speranze per il futuro vagire in un cucciolo grinzoso. Da allora segue trepidante quei primi passi incerti, quel trotterellare ondeggiante in precario equilibrio, e resta pronto ad afferrare le piccole mani tese, che seppure il passo s’è fatto svelto e lontano dai suoi occhi, uguale apprensione segna i distacchi. Ha un cassetto pieno di promesse vergate dal piccolo infante, e di tanto in tanto ne strappa una, piano, senza farsene accorgere, con muto rammarico, e, se il debitore tenta un bilancio, lui svelto fa scorrere l’ago della stadera, e quello si trova a vantare crediti a iosa. Non s’attrista d’essere un gregario, ché tenaci cordoni ombelicali gli preferiscono Giocasta, perché rammenta che un tempo, nella farfugliante attesa della lallazione, fu suo il primato.