Di chiostri e porticati
Per finestre di claristorio la luce non piove in basso, ma resta sospesa a mezz’aria e, come un’ospite riottoso, lascia in penombra i nostri volti e spinge lo sguardo ad un altrove che resta celato, e tra i chiostri, che fioriscono di rare gemme, l’orizzonte si nasconde tra teorie d’archi e assise di pietre, che neanche il digradare dei terrazzi vince quell’estremo confine e un accorto lituo traccia il perimetro d’un limitato cielo. Oltre quel portale si recitava il proprio lucernare al mondo in cerca d’un altro chiarore indifferente alle eclissi di febo.
Nell’età che incerta ci strappa all’infanzia, quando il mondo fa capolino oltre le vesti materne, si recò di buon passo al monastero che si stende ai piedi della collina. Traversò il lungo viale sul quale i platani verdeggiavano il ritorno di proserpina, ed il pendio imponeva ai polmoni ampi tributi dell’aria leggera che profuma gl’altipiani, ed un sole tiepido, ancora infreddolito dal recente brumaio, era bastante tepore alle gote arrossate. Così arrivo all’uscio col cuore leggero, in accordo a quelle campagne che si vestivano di petali nuovi, ma, quando fu nell’androne, la penombra delle ampie mura gli gravò l’animo d’una mestizia che rabbuiò i suoi propositi, e restò solo il vento a varcare quell’antica soglia.