Rosso cagnetto
Nel pomeriggio le imposte, aperte su stanze di sole, recavano i tepori d’una mite primavera, e il vociare allegro della strada mi confondeva i pensieri, invano ricondotti ai negletti studi. La bella stagione diffondeva profumi di nuova fioritura, come gli spasimanti lanciano brecce alle finestre dell’amata, e con tali lusinghe m’infondeva smania di vagabondaggio, fino a stanarmi dalle patrie mura in cerca di scellerata compagnia, come si cerca Gibilterra immemori della fidata Itaca. Allora guardavo il tappeto ai piedi del letto, dove un minuto Argo di fulvo pelo lucido consumava un sonno pigro, che lo sottraeva a qualche ora di noia. Con un filo di voce, muto ad orecchio d’uomo, lo destavo con inviti festosi al passeggio, fino a che, dapprima incredulo, cedeva ad un eccitato abbaiare tra saltelli impazienti all’indirizzo della porta. M’affacciavo quindi all’uscio con aria afflitta e lamentavo “Quanta pazienza con questa bestiola!”. Intanto eravamo in strada, dove il sole basso ci stringeva gli occhi in uno sguardo di rea complicità, poi era ozioso andare.