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lunedì, 12 maggio 2008

buoni propositi

 La vita c’impone usi inattesi come a primavera muta il nostro guardaroba, per conseguenza del fato che i sogni travolge al pari delle messi, piegate al passare degli eserciti. Così debbo gratitudine alla mia buona stella, se a lungo non ebbi ragione per vagare all’ombra di queste fronde pietose, che flettono il capo all’altrui dolore; era una compassione senza nome a segnarmi la croce passando dinanzi alle grigie inferriate, e talvolta indugiava tra sbrecciati mausolei cinti d’intorno dalle sterpaglie che s’avanzano nel mezzo del selciato e ne sconnettono i ciottoli. Puoi spendere un giro di lancette indovinando le storie che i muti volti tacciono, e poi andartene nell’altera giovinezza, che termine non conosce al proprio futuro. Ora che queste mura mi stringono il cuore tra ricordi gravosi, ora il passo volge sempre altrove, e nega giusto tributo alla tua memoria, e da quel giorno la gerbera sul terrazzo attende invano di partecipare alla fitta selva che adorna questa tua nuova dimora, ed ormai protesta un coccio più ampio ove stender le radici. E’ che talvolta ricordo quell’ultimo tempo, prima che gli anni confondessero i pensieri, tra le ciarle leggere del morente meriggio, d’improvviso ti facesti serio nella sopraggiunta premura d’un ultimo consiglio che mi chinava il capo di muto assenso. Quella tacita promessa ora c’allontana più che celesti distanze, perché non so dirti che i buoni intenti ebbero quella sera vita breve, più dei giorni a te restanti.
postato da: narrando alle ore 21:26 | link | commenti (10)
categorie: ricordi, gli addii
lunedì, 05 maggio 2008

vecchi fasti

 Uscimmo dall’inverno come da una lunga pioggia, quando un sole improvviso fuga le nuvole a raggiera e stende un colorato arco a ricucire l’orizzonte. Così un mattino d’aprile schiarì d’azzurro il cielo e scrollò dalle spalle qualche paltò, e tutti fummo per strada col capo all’aria e gli occhi stretti di chi si riconcilia bruscamente alla luce. I platani sul corso, che indugiano al sonno ben oltre la sveglia, non erano stati avvertiti, e li trovammo ancora nudi del loro fogliame, buffamente intirizziti tra gli spogli rami. Tra le vetrine, che si diradano lontano dal centro, s’apre quella d’una vecchia officina, custode d’una maestria perduta nel succedersi delle tecniche, schiera minuti attrezzi sospesi alle pareti, come le milizie di latta sugli scaffali d’una lontana infanzia, anacronia d’una passione che non muta e s’impunta contro il tempo. Sull’uscio assolato una sedia, che l’uomo inforca al contrario, le braccia conserte sulla spalliera, il capo sonnecchiante sulle braccia, e sul capo sogni e ricordi s’arricciano al sole, e dal sonno lo scuote una voce nota che s’affanna alle proprie premure. “Beato te, che non hai pensieri!”, lui per un attimo sbircia il mondo indolente in cerca dell’avventore e biascica “E’ spensierati ce pensa Dio!”, rimugina tra se qualche improperio, e si riconsegna a Morfeo nel quieto lindore della piccola officina vuota.
postato da: narrando alle ore 20:53 | link | commenti (9)
categorie: racconti
lunedì, 28 aprile 2008

amorevoli silenzi

 Amore è un tacito accordo che non si dichiara, rifugge proclami e s’offre tra i silenzi, fra le parole non dette lo senti come il mattino, celato oltre le imposte, che invia chiari messi a tentare ogni spiraglio. E’ un patto d’omertà che qualcuno tradisce per fugare il timore d’un impari dono, e spesso al ritorno ammaina le insegne, e nel calcolo degli errati segni s’accorge che per lui fu la speranza ad eccedere le stime, e solo vorrebbe tornare a quell’errore che lo confortava con promesse di domani e ne cullava i sogni con sensuali nenie. Le parole degli amanti sono stille d’ambrosia che gocciano rade, e ciascuna sazia fame d’amore; a loro conviene parsimonia, ché, se solo soverchi la misura, un assenzio di menzogna ne guasta il sapore, ed ogni offerta si fa domanda che si dona con generosità d’usuraio. Allora ti chiedi perché le bugiarderie scorrano fluenti e non s’affondino in quel nodo ostinato che rapisce la voce degli innamorati e con altri mezzi consegna muti proclami. L’amore si tace, e, s’io ora ne parlo, forse l’incanto si spezza, e tu mi rendi il cuore, che tieni ostaggio d’ogni tuo sguardo, ed io torno guarito alla mia vita di cheto grigiore.
postato da: narrando alle ore 22:56 | link | commenti (12)
categorie: amore
lunedì, 21 aprile 2008

venere callipigia

 La martingala segna la grazia dei tuoi fianchi che rastremano in vita in ripide anse, stretta pausa fra trionfi di seduzione. Tu maestà di bellezza, puntuta e sinuosa, come le calle che svettano avvolgenti candori sopra scialbe gramigne, ed io ronzo attorno al tuo scrigno, ubriaco nella scia di nettare che spargi d’intorno, fiorito araldo che preannuncia tua venuta. Talvolta il passo ti s’impiglia in un riflesso imprevisto e l’esile figura rapisce uno sguardo severo, e crediti vanti, ingiuste accuse contro la sorte che ai tuoi natali allineò stelle graziose. Maliziosa aspetti ch’io confuti la tesi, ma un sorriso attenta quel cruccio fugace che svanisce tra risa argentine, già s’imprime gaiezza all’iride, ed un calare di ciglia mi serra il cuore tra maglie d’incanto. A te sacrifico il fuoco che batte alle tempie e smarrisce ragione, ma non temo l’incedere dei giorni, domani è la promessa di nuove albe che sommano beltà al tuo volto, la libertà è un pegno che pago volentieri, un azzardo che potei tentare, stringimi al cuore con tutti i laccioli che l’amore consente, così tienimi, indifferente al mutare delle ere, e gli anni si faranno d’improvviso ricordo. Ma un solo giorno si dilata in secoli di tenebra, se già per noi diverge il cammino.
postato da: narrando alle ore 22:57 | link | commenti (11)
categorie: amore, le donne
lunedì, 14 aprile 2008

graffiti

 Oltre i viali del centro, lungo strade da sempre ignare d’ogni passeggio, lunghe cortine di tufo fiancheggiano il ciglio ed anneriscono piano nel grigiore delle fabbriche dimesse. Al sommo qualche avara imposta tradisce l’abbandono nei laceri vetri che ne orlano aguzzi il telaio e la penombra, che angustia di grigiore quelle mura, inghiotte la luce in una nebbia polverosa che s’incupisce nella ragnatela del traliccio di copertura, un reticolo d’aste rugginose, come un cupo merletto sotto volte di metallo. Queste dirute roccaforti, che cedono all’assedio del tempo, s’ornano d’una cinta muraria quasi nascosta dai muschi che l’abitano a settentrione e dalla fuliggine d’un traffico molesto, il resto l’imbrattano maldestri graffiti che la notte depone furtiva, per la gran parte sciocche pasquinate e simboli osceni che di più rattristano quei luoghi; ma nel mezzo trova dimora il messaggio d’un amante deluso che, come una missiva dall’incerto destinatario, giace qui, lontano dagli occhi di lei, un addio risoluto che recita: mai più cara ti amo, tieniti l’altro. Mi commuove quell’incauto aggettivo che rimarca la tenacia d’un affetto tradito, e quel proposito d’eterno addio diviene un maldestro canto d’amore per la perduta Lesbia.
postato da: narrando alle ore 22:50 | link | commenti (8)
categorie: gli addii
lunedì, 07 aprile 2008

calendario perpetuo

 Un rosso segno cerchia la data sull’almanacco, inutile memento ch’ogni anno si rinnova, come ritrovare una moneta fuori corso o i biglietti d’un viaggio mancato, rammento l’anniversario d’un tempo incompiuto. Un ciottolo fuori posto, un inciampo imprevisto, ad il cammino si spezza; di poi viaggio solo, l’orma tua diserta il segno, il seguito è una via crucis di vuote stazioni, ed io colleziono nostalgie di te rapita al mio presente da una schiera di giorni. Ritorni quest’oggi nel ricordo che la ricorrenza ravviva, etereo tuo lascito che ancora m’accompagna, e spartisce i giorni in concordia, la sua fronte non cruccia, non sciupa beltà in pose severe, ma dona sorrisi come balsamo alle mie ugge. Domani è tempo che m’ignora, ciascuno traccia un separato cammino, ma il ricordo delle gioie passate è un patto di sangue che a vita c’unisce e in accidentali rimembranze rinnova il suggello, un dimentico lacerto che rapisce lo sguardo e già richiama memorie a frotte, tristi fantasmi che versano rugiada all’estremo dei tuoi occhi, e quell’unica stilla, che fugge alle ciglia, è una fonte di nostalgia che improvvisa zampilla.
postato da: narrando alle ore 21:14 | link | commenti (7)
categorie: amore, gli addii
lunedì, 31 marzo 2008

brillantina e vecchi merletti

 Ero in uno di quei pubblici uffici nei quali s’arriva sempre troppo tardi, e la fila contende sconforto al supplizio di Tantalo, di più se fuori goccia un cielo grigio e le fioche luci adombrano pallidamente i volti. Una donna un po’ curva sotto il fardello gravoso degli anni imbraccia un lacero falcone ricolmo di carte ingiallite e si fa innanzi all’addetto per un’informazione che assicura “richiede giusto un attimo”. L’uomo alza lo sguardo indolente, ha le chiome unte che si sfrangiano sulla fronte, quasi gocciolassero anch’esse, come un rappreso rivolo che a tratti ricompone mollemente; un gesto di diniego scuote la giacca informe il cui bavero casca a manca fin quasi alla spalla e lì se ne resta, “niente, signora, la fila, rispetti la fila!”. Biascica le ultime parole come chi riemerga da un sonno breve e ne prepari il ritorno, così la donna s’allontana rassegnata con la sua taciuta domanda fra le carte consunte. Un tizio nel corridoio attraversa frettoloso il vano della porta, ma d’un tratto si ferma, varca l’uscio come per un’improvvisa rimembranza, e chiede alla donna col faldone quanti anni abbia, dopo di ché raccomanda all’impiegato dall’unto ciuffo che le dia precedenza perché “l’età sua l’impone”. L’uomo si scuote a malavoglia dal torpore e ne accoglie le richieste. A cose fatte, la signora ricompone calma le sue cose e, nel lasciare la stanza, sotto un sorriso grinzoso, sottovoce, ché io la sento e forse il mio vicino, si lascia sfuggire soddisfatta un “Tié!” e un ambiguo ondeggiare del braccio accompagna l’irriverente sussurro, mentre riprende il cammino a braccetto dei suoi anni, tra loro in perfetta concordia.
postato da: narrando alle ore 23:00 | link | commenti (12)
categorie: cronache
lunedì, 24 marzo 2008

ugge

 Questo pallore di tenebra, che offusca il giorno, nega chiarore all’iride che languisce in un bagno d’avorio, e le nebbie sbiadiscono l’orizzonte e altrove ridestano sopiti fantasmi ed il passato s’ammanta di ombre che sul cuore gocciano un mieloso veleno. Gli andati giorni si spogliano d’affanni, più non rammenti che assolate primavere, ed improvviso l’inverno che giunge ad oggi e tutto inghiotte con cupe nebbie, e quanto vi fu di bello non lo pensi mutato, ma perduto in quel grigiore, e carponi cerchi, con le mani rimesti tra le brume che già nascondono i palmi, e a tentoni provi quel varco che lumi renda ad un cielo bigio. La nostalgia è un sovrano in esilio che piange regni di fiaba, ne ridisegna i confini e moltiplica i tesori, ovunque furono giardini d’eliso e languidi serragli, ed infine roccaforti moldave contendono beltà alla perduta Atlantide. Al margine dell’eldorado il rimpianto traccia possibili fughe in ogni strada diserta, e quei sentieri che parevano aspri, ora l’immagini lievi al passo e presto recano a facili declivi. Le rose non colte sono una crisalide di vita che la malinconia alleva come un cucciolo devoto che anticipa i desideri e non chiede compenso. Così brumaio presidia il cuore nei giorni che già la primavera cinge d’assedio, ma non di rado cede un baluardo, e la mattina s’inonda di sole, e la gente, che affolla le strade con l’allegrezza della rovesciata tirannide, sui volti fa incetta di nuovi tepori, ed ogni tristezza ricaccia come i fasti d’un cattivo regime.
postato da: narrando alle ore 22:08 | link | commenti (12)
categorie: pensieri
lunedì, 17 marzo 2008

lunedì in albis

 Il giaciglio, dal quale la sveglia mi traeva a malincuore nei giorni di scuola, si faceva d’improvviso inospitale, ché un’attesa impaziente ricacciava il sonno tra i progetti per l’indomani, come un’ultima incombenza da sbrigare in fretta, noiosa come i compiti che ci separano dal gioco. Eppure quella smania, che rivoltava il guanciale fino a tarda notte, svaniva al mattino, quando la levata giungeva molesta al pari degli altri giorni, memore dell’inopportuna veglia che l’aveva preceduta, ed io muovevo passi assonnati nel brulichio che apprestava la partenza, e mi pungolava quell’atavica paura dell’abbandono, che talvolta spinge i bimbi ad immotivato pianto. Varcata la soglia, lo sguardo si volgeva al cielo con la speranza degli àuguri, che dall’alto attendono disiati presagi, ed un ciglio indispettito accompagnava le volte che il sole indugiava tra coltri di nuvole, come riservasse a sé un tardivo risveglio, e poi rischiarava, il cielo ed assieme la fronte, ed un sorriso entusiasta principiava la giornata. I pini erano legioni svettanti nell’aria, fila compatte, che talvolta nell’ombra loro potevi ignorare gli scrosci passeggeri del meriggio, e la spiaggia e la strada  scomparivano oltre l’intreccio dei rami che ovattavano le voci di festa diffusa. I riti del pranzo, che affaccendavano le donne intorno ad involti aulenti, armeggiare di braci e le ultime uova di cioccolato che aprivi per la sola attesa del dono; di tali misteri e qualche importuna epifania, d’affettuosa quotidianità nutrirono per me l’infanzia, ed un grembo amorevole accolse il mio sonno sulla via del ritorno, e, se ripassi la mano tra le ciocche, il tempo s’implode, ed io torno bambino.
postato da: narrando alle ore 21:46 | link | commenti (12)
categorie: ricordi
lunedì, 10 marzo 2008

destinazione Piovarolo

 Oltre il vetro il cielo bruniva i suoi toni incontro alla sera d’ombre nascenti che piano inghiottiva il paesaggio e mi lasciava come unico svago il gioco dei binari che s’intrecciavano a lato del treno. Alla prima stazione la sosta durò un tempo infinito, ché al principio del viaggio ci prende una fame di posti nuovi, una brama d’andare, ed io languivo in quell’ostinata inerzia che ormai tracimava i tempi ordinari e prometteva ritardi. I contrattempi sono come malanni, da principio è solo un fastidio, il viaggio procede lene, ed ecco una breccia nei calzari che c’indispettisce il passo, poi però la cosa s’aggrava e si temono conseguenze, gli appuntamenti minacciano il naufragio e la meta si fa incerta, ci coglie allora l’ansia, ch’è accorata premura di porre rimedio; infine, quando i programmi sono compromessi e più non v’è margine al nostro agire, ci consegniamo rassegnati al fato, ed è quasi un sollievo quello stato di cessata allerta cui segue innocente abulia. Così il capotreno annunciò che un camion aveva sfondato la sponda d’un cavalcavia rovinando sui binari, per cui la linea era interrotta, e che ciascuno provvedesse da sé. Mi prese allora un senso di colpa pensando al disgraziato che un attimo prima era giunto all’ultima sua stazione saltando chissà quante fermate, mentre io mi dannavo per la cattiva riuscita d’un piccolo viaggio. Così me ne tornai mesto a casa, in tempo perché il notiziario locale riportasse d’un cavo elettrico che, ceduto per usura l’attacco ad uno dei tralicci, penzolava malinconico sui binari sgombri bloccando il traffico ferroviario. Apocalittici scenari sfumavano in quell’unico filo monco che m’era costato un’ora di prigionia e mancati impegni, ma infine quella piccola frode la compensava l’allegrezza dello scampato disastro che mi rallegrava la serata.
 
P.S. sebbene somigli al finale del film “Destinazione Piovarolo” (Totò, Marisa Merlini, Arnoldo Foà, etc.), è un fatto curioso realmente accadutomi qualche tempo fa :-!
postato da: narrando alle ore 22:19 | link | commenti (8)
categorie: viaggi, cronache

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