Il giaciglio, dal quale la sveglia mi traeva a malincuore nei giorni di scuola, si faceva d’improvviso inospitale, ché un’attesa impaziente ricacciava il sonno tra i progetti per l’indomani, come un’ultima incombenza da sbrigare in fretta, noiosa come i compiti che ci separano dal gioco. Eppure quella smania, che rivoltava il guanciale fino a tarda notte, svaniva al mattino, quando la levata giungeva molesta al pari degli altri giorni, memore dell’inopportuna veglia che l’aveva preceduta, ed io muovevo passi assonnati nel brulichio che apprestava la partenza, e mi pungolava quell’atavica paura dell’abbandono, che talvolta spinge i bimbi ad immotivato pianto. Varcata la soglia, lo sguardo si volgeva al cielo con la speranza degli àuguri, che dall’alto attendono disiati presagi, ed un ciglio indispettito accompagnava le volte che il sole indugiava tra coltri di nuvole, come riservasse a sé un tardivo risveglio, e poi rischiarava, il cielo ed assieme la fronte, ed un sorriso entusiasta principiava la giornata. I pini erano legioni svettanti nell’aria, fila compatte, che talvolta nell’ombra loro potevi ignorare gli scrosci passeggeri del meriggio, e la spiaggia e la strada scomparivano oltre l’intreccio dei rami che ovattavano le voci di festa diffusa. I riti del pranzo, che affaccendavano le donne intorno ad involti aulenti, armeggiare di braci e le ultime uova di cioccolato che aprivi per la sola attesa del dono; di tali misteri e qualche importuna epifania, d’affettuosa quotidianità nutrirono per me l’infanzia, ed un grembo amorevole accolse il mio sonno sulla via del ritorno, e, se ripassi la mano tra le ciocche, il tempo s’implode, ed io torno bambino.